Siamo antifascisti e antirazzisti. Ed è esattamente per questo che siamo antisionisti. (Rete Italiana ISM)


domenica 30 gennaio 2011

Un comunicato delle forze di occupazione

Dalla fine di dicembre i casi di civili assassinati dalle forze di occupazione israeliane si sono intensificati. Prima di questo periodo erano frequenti i casi di persone colpite da proiettili alle gambe, con le ossa maciullate, ma ancora vive. Esiste un comunicato, rilasciato dall'entità sionista, in cui si dichiara che qualunque civile presente nella buffer zone viene considerato come copertura per i combattenti palestinesi.

Il 24 dicembre le forze di occupazione israeliane hanno ammazzato Salama Abu Hashish, 20 anni, a Beit Lahya, nord della striscia. Il 28 dicembre Hassan Mohammed Qedeh, 19 anni, è stato ucciso a Khuza'a, sud della striscia. Shaban Karmout, 65 anni, è morto dopo essere stato colpito da tre proiettili al petto e al collo il 16 gennaio a Beit Hannoun, nord. Amjad ElZaaneen, 17 anni, è stato assassinato da una granata sempre a Beit Hannoun. Tutte queste persone erano disarmate.

Saber vive a Beit Hannoun, nel nord della striscia, ed è il portavoce della “local iniziative Beit Hannoun”, che, tra le diverse attività, organizza manifestazioni nella buffer zone. Mostra un foglio di cui è appena giunto in possesso, si tratta di un comunicato firmato IDF (Israeli Defence Force) e datato 26 dicembre 2010:
“[...] La presenza di civili palestinesi nell'area adiacente alla barriera di sicurezza è usata da organizzazioni terroriste per coprire le loro attività, tra cui collocare congegni esplosivi, pianificare attacchi terroristici e tentare di rapire soldati dell'IDF. Per questa ragione, l'IDF non permetterà che nessuno sia presente in quest'area. [...]”.
È interessante notare il linguaggio con cui è scritto questo comunicato: quelle che di fatto sono forze di occupazione israeliane si autodefiniscono forze di difesa (Defence Force), il muro di segregazione, la barriera razzista e sionista che tiene imprigionati i palestinesi dentro la striscia di Gaza viene definita “barriera di sicurezza”, chi combatte per la libertà del suo popolo sotto occupazione, esercitando un diritto che anche l'ONU ha riconosciuto* viene definito “terrorista”, rendere ostaggio un soldato israeliano che invade il territorio di Gaza viene definito “rapimento”(i palestinesi nelle prigioni israeliane sono diverse migliaia, sequestrati nella loro terra e spesso non imputati di nessun crimine) ...e questa riportata è solo parte del comunicato ufficiale.

Saber: “È sbagliato chiamarla buffer zone (zona cuscinetto, in italiano) perché questo è il nome che le hanno dato le forze di occupazione israeliane: esso suppone che ci siano due stati in guerra, mentre in realtà qui la situazione non si può chiamare guerra ma occupazione. Il nome più adatto è “no-go zone”, area in cui è vietato l’accesso, perché è Israele che unilateralmente proibisce l’accesso ad un territorio che di fatto dovrebbe essere sotto la giurisdizione palestinese. Noi comunque continueremo a fare manifestazioni in quell’area, perché è la nostra terra, perché con noi ci sono i contadini e gli abitanti del posto, perché se adesso ci fermiamo, la prossima volta cosa faranno? Aumenteranno la no-go zone fino ai 500 metri? Con quali conseguenze per chi ci vive e per chi la coltiva? Visto che essa già adesso comprende il 35% delle terre coltivabili di Gaza, quali sarebbero le conseguenze per la nostra autosufficienza alimentare? L’ultima volta che abbiamo fatto una manifestazione c’erano con noi i parenti di Shaban Karmut. Non abbiamo intenzione di fermarci, non sarà un comunicato a farci tirare indietro, questa è la nostra terra e continueremo ad andarci!”

Forse quello che i sionisti, con la loro retorica, i loro F16, droni, armi automatiche ad altissima precisione e carri armati non hanno capito è che sono di fronte ad un popolo che ha la forza di stare in piedi anche con le ossa delle gambe spappolate dai dum dum. Un popolo la cui dignità non è stata messa in ginocchio da più di mezzo secolo di occupazione, un popolo che fa appello alla solidarietà internazionale per vedere riconosciuti i propri diritti.

Prendi nota
sono arabo
mi chiamo arabo non ho altro nome
sto fermo dove ogni altra cosa
trema di rabbia
ho messo radici qui
prima ancora degli ulivi e dei cedri
discendo da quelli che spingevano l’aratro
mio padre era povero contadino
senza terra né titoli
la mia casa una capanna di sterco.
Ti fa invidia?
[...]
Hai rubato le mie vigne
e la terra che avevo da dissodare
non hai lasciato nulla per i miei figli
soltanto i sassi
e ho sentito che il tuo governo
esproprierà anche i sassi
ebbene allora prendi nota che prima di tutto
non odio nessuno e neppure rubo
ma quando mi affamano
mangio la carne del mio oppressore
attento alla mia fame,
attento alla mia rabbia.
(Mahmud Darwish)


* La 20° sessione dell'assemblea generale ONU dichiarava "la legittimita' della lotta da parte dei popoli sotto oppressione coloniale, per esercitare il loro diritto all'autodeterminazione e all'indipendenza"; Il Protocollo Addizionale I della Convenzione di Ginevra del 1949 affermava che la lotta armata poteva essere usata, come ultima risorsa, come mezzo per esercitare il diritto all'autodeterminazione, per citare le due risoluzioni principali a proposito.

mercoledì 26 gennaio 2011

Altri feriti ed un morto in un'incursione a Beit Hannouon

Il mio pezzo per Wake Up News:

Per togliere le schegge conficcate in profondità nella carne è necessaria un’operazione, ma il medico sostiene che, prima che sia possibile operare, bisogna che i pazienti siano stabili. Quindi verranno operati all’indomani.

Sharaf, 19 anni, con una scheggia di una granata proveniente da un carro armato nel petto, parla con un filo di voce: «Stavamo raccogliendo pietre, quando abbiamo ricevuto la notizia di un’incursione ed abbiamo lasciato li il carretto, il cavallo e le pietre e siamo scappati. Poi, quando credevamo fosse tutto finito, siamo tornati: immediatamente i soldati israeliani hanno cominciato a sparare dal carro armato, la scheggia mi ha colpito subito, ma sono riuscito a scappare fino alla strada principale, poi sono svenuto».

Ismael, 16 anni, ha una scheggia profonda nella schiena, i medici hanno appena finito di estrargli diverse piccole schegge dalle gambe, anche lui verrà operato l’indomani. Appare ancora più debole, e racconta che gli avranno sparato 6 missili, i soldati sparavano in qualsiasi direzione i lavoratori tentassero di scappare. Anche lui, ferito, è riuscito a raggiungere la strada principale.

Oday, 11 anni, se l’è cavata con un graffio su una guancia. Racconta che tutti i giorni si recava nella stessa area per raccogliere pietre, con i sui fratelli ed a volte con suo cugino.
Suo cugino si chiamava Amjad aveva 18 anni ed è stato il secondo ad essere colpito: per il dottore ci ha messo cinque minuti a morire, perché quando lo hanno portato all’ospedale, più di due ore dopo l’incidente, aveva un grande buco sull’addome causato dai missili del carro armato.

I parenti non lo sapevano, lo credevano sanguinante impossibilitato a muoversi e hanno provato ad avvicinarsi al luogo dell’incidente con una bandiera bianca, ma gli spari dei soldati li hanno costretti a tornare indietro. Per due ore non hanno potuto avvicinarsi, e per due ore hanno continuato a pensare si potesse ancora fare qualche cosa per la vita di Amjad. Amjad, che era andato a raccogliere pietre e macerie per guadagnare da vivere anche per loro.

Lo zio di Sharaf ha dichiarato: «[I soldati israeliani] commettono crimini qui ogni giorno. Nessuno dei civili può più raggiungere la sua terra. Le nostre vite sono diventate incredibilmente difficili. Nell’ultimo periodo c’è stata una fortissima crescita della brutalità: contadini, pastori, tutti loro vengono assassinati adesso».

Quando il giorno dopo siamo arrivate al luogo dell’incidente potevamo vedere in lontananza il cadavere di un cavallo chiaro ed un carretto, molto lontano, perché abbiamo preferito non avvicinarci troppo.

Cosa passa nella testa del soldato israeliano quando spara ai ragazzini? Quando vede che si tratta di ragazzini, quando li osserva raccogliere pietre? Cosa pensa il soldato israeliano dentro al carro armato? Cosa lo spinge a sparare da dentro la torretta di controllo, quando sa perfettamente che si tratta di civili disarmati?

E dopo aver ucciso cosa fa? Beve una birra con gli amici? Accarezza sulla testa i suoi figli?

Boicotta israele

venerdì 21 gennaio 2011

Le macerie di ieri e la paura per domani

Il mio ultimo pezzo per Wake Up News:



Ahmad è magro, ha gli occhi scuri e somiglia un po’ a suo fratello. Suo fratello si chiama Mohammed Rajullah ed è co-autore del film To shoot an elephant insieme ad Alberto Arce. To shoot an elephant racconta l’inferno di Gaza durante l’operazione piombo fuso. In quel film si vedono le ambulanze che vanno a prendere i feriti, le bombe, il fosforo bianco, l’invasione via terra e tante immagini di persone, di donne uomini e bambini normali la cui vita è stata distrutta da un attacco condannato dal rapporto Goldstone dell’ONU, che ha provocato più di 1400 vittime, la maggior parte delle quali bambini, ed ha lasciato un numero inaccettabile di orfani. Un soldato israeliano ebbe a dire, finita la guerra, che «Questo è il lato più bello, prendendo in considerazione Gaza. Vedi una persona camminare per strada… Non è necessario che porti un’arma, non devi identificarlo con nulla e puoi semplicemente sparagli».
Ahmad è magro, ha gli occhi scuri e sta studiando per la maturità. Parla inglese piuttosto bene per la sua età e dice che all’università vuole studiare inglese per diventare traduttore. Mostra le rovine delle case distrutte durante la guerra. Questo è uno dei pochi posti dove rimangono le rovine, perché altrove i resti sono stati raccolti da persone che poi li hanno rivenduti per essere frantumati e farne cemento. Si può vedere qualche pezzo di cemento, qualche traccia di muri e colonne dalle quali sporgono come aculei di un istrice sbarre di ferro di sostegno. Ahmad racconta che alcuni se ne erano già andati, ma altri sono morti dentro a quelle case, quando sono state bombardate. Erano circondate da campi coltivati, ulivi e aranceti che sono stati sradicati e distrutti.



In una via vicina vive un anziano signore in abiti tradizionali che indica la sua ex casa distrutta e il campo di ulivi. In questo caso gli ulivi non sono stati sradicati, ma, a causa del fosforo bianco, non producono più olive. Racconta che quando hanno bombardato due anni fa sono morte tante persone, tra cui diversi bambini, ed altri bambini sono rimasti senza un genitore. Alcuni si sono spostati in un’altra area, e quelli che sono rimasti dicono che hanno paura, perché dalla torretta israeliana che si trova a 350-400 metri di distanza i soldati sparano quasi tutti i giorni. Ahmad traduce per quel che può, e parla poco. In fondo sta parlano del villaggio dove vive. Non riesco ad immaginare a cosa stia pensando. Talvolta sorride, ma ha qualcosa dentro che non posso comprendere in pieno.


L’altro giorno nella casa dove vivo, nello stesso villaggio di Ahmad, c’erano tre donne davanti al pc con internet. Il pc passato sotto i tunnel, perchè è l’unico modo in cui entrano i pc qui, e comperato con i soldi dello zio in Germania. Naima leggeva ad alta voce una notizia in arabo e, anche se io non conosco abbastanza bene l’arabo per capirlo,  il suo sguardo era preoccupato, anzi impaurito. Taragi mi guarda e mi dice, nel suo inglese non proprio perfetto: «The news say that Egypt told Hamas that Israel want to attack again Gaza, and Israel confirm».
Ecco, ve la lascio così questa notizia. Con l’inglese stentato di chi ha visto un massacro, e legge nelle notizie che l’incubo tornerà. Con l’incertezza, perché nessuno sa quando verrà nè con quale intensità.
«É ora per tutti quelli che hanno fatto sentire la loro voce con forza e vigore DOPO il massacro di Gaza due anni fa, di farla sentire ADESSO, e cercare di prevenire il prossimo». – Ilan Pappe, storico.

mercoledì 19 gennaio 2011

Famiglia Al-Najar

 
La moglie di Tareq ha la carnagione chiara e lentiggini, sotto il velo rosa si intravedono dei capelli nerissimi; gli occhi, profondi e scuri, si stagliano in dei lineamenti aggraziati, che ricordano di più l'estremo oriente che il vicino oriente. È molto magra e porta un vestito verde di cotone, mi domando come faccia a non tremare di freddo con una temperatura di circa 10 gradi. Sta qui seduta su un secchio rovesciato all'aperto con 2 vicine di casa circondata da bambini e racconta la sua storia.

Fa parte della famiglia Al-Najar, e spiega che prima dell'attacco di Israele che è durato 22 giorni e che è stato chiamato “piombo fuso”, viveva con la sua famiglia in una bella casa. La casa era divisa in 2 parti: metà per lei e suo marito, metà per la famiglia del cognato.
Durante l'invasione un missile sparato contro la casa dei vicini, dopo averla attraversata, ha rotto 3 muri della loro. Il 13 gennaio 2009, durante un'incursione di forze speciali, carri armati e spari li hanno costretti a rimanere in casa, 40 persone, più di 20 bambini. Una donna, Roya'a Al Najar, presa dalla disperazione, esce dalla casa sventolando una bandiera bianca, sperando così di poter uscire e scappare in un posto più sicuro con la sua famiglia. I soldati israeliani le sparano, e lei, impossibilitata a muoversi, perde molto sangue. A causa degli spari e dei carri armati l'ambulanza non si più avvicinare, Yasmeen Al Najar, ragazza di 23 anni, prova ad avvicinarsi per prestarle soccorso, e le sparano ad una gamba. Un altro uomo, Mahmmod Al Najar esce dalla casa per prestare soccorso alle due donne: viene colpito alla testa e muore. Quando, 24 ore dopo, riesce ad arrivare l'ambulanza e loro riescono ad allontanarsi, Roya'a è morta dissanguata.
Alcuni giorni dopo, quando è stato di nuovo possibile tornare, la casa era distrutta e con essa tutte le case attorno. Gli alberi di ulivo, alcuni anche di 50 anni, erano stati sradicati. Non era rimasto più nulla. Niente casa, niente ulivi ed alberi da frutto, niente terra da coltivare: nessun avere e nessuna fonte di sostentamento. Per un mese hanno ricevuto aiuti dall'UNRWA per comperare cibo e coperte, e per un anno hanno ricevuto soldi per pagare l'affitto. Ma dopo la guerra il prezzo degli affitti era aumentato ed i soldi non erano più sufficienti. Così si sono visti costretti a mettere su queste quattro mura in cemento e costruirci un rifugio attorno. Il tetto è di lamiera e dentro non c'è spazio per più di due piccole stanze, e si riconosce una veranda esterna formata da teli.

I rifugi si trovano a circa 350 metri dal confine, in quest'area la paura dell'esercito israeliano pervade ogni azione quotidiana. “Due o tre volte alla settimana ci sono carri armati che passano a poche centinaia di metri da casa nostra, qui sparano tutti i giorni, ormai non ci facciamo più caso. Però quando sparano più forte i bambini si impauriscono... la notte non riescono a dormire, hanno gli incubi, piangono. Poi, quando fa buio ci sono i branchi di cani, sono pericolosi, vengono liberati dai soldati al confine”. Nei due piccoli ripari abitano quattro famiglie, con 16 bambini. Una delle bambine ha riportato gravi problemi agli occhi a causa del fosforo bianco ed è riuscita ad andare in Egitto per farsi curare ma non ha recuperato completamente la vista. Le quattro famiglie non si spostano dalla casa in un luogo sicuro perché non hanno altro posto dove andare.

Per andare a scuola i bambini devono percorrere una strada che passa vicino ad una torre di controllo da cui i soldati israeliani sparano, ed hanno paura. La scuola si trova anch'essa vicino al confine, ed ogni tanto i soldati sparano mentre i bambini sono a scuola: nell'ultimo mese i bambini sono stati mandati a casa tre volte prima della fine delle lezioni, a causa di incursioni e spari nell'area intorno all'edificio. Ai bambini AlNajar mancano i posti per giocare in maniera sicura, è pericoloso allontanarsi dalla casa. “Dopo le 6 non ci possiamo allontanare di casa, perché con il buio è pericoloso muoversi a causa degli spari. I nostri mariti hanno venduto le macerie delle case distrutte dal bombardamento perché venissero frantumate e vendute come materiale edile. Con i soldi ricavati abbiamo comperato il cibo per noi e per i bambini, ma ora non sappiamo più come fare: ci manca la farina per fare il pane...in casa non abbiamo coperte, non abbiamo mobili, fa freddo. Non arriva la corrente e abbiamo dei problemi per l'acqua potabile.”

La povertà può avere tante cause: più essere causata da un disastro naturale, come un'inondazione o un terremoto, può essere causata dal fatto che una qualche forma di disabilità impedisce di lavorare, sono tutte cause che nella maggior parte dei casi non è possibile evitare, questo provoca tristezza. Quando però la povertà è causata dal fatto che Israele distrugge abitazioni, sradica ulivi, proibisce l'accesso a terreni coltivabili; quando preoccuparsi del futuro significa paura degli spari, ansia che uno di quei proiettili possa colpire i propri figli e figlie, e terrore negli occhi delle stesse figlie e figli; beh, allora la tristezza si declina in rabbia, e viene voglia di urlare, nella speranza che qualcuno possa ascoltare e porre fine a questo e molte altre orribili situazioni.

p.s.: sebbene il problema resti politico e non economico, le famiglie mi hanno chiesto coperte e cibo. Se qualcuno è in contatto con organizzazioni in grado di provvedere per il cibo sul lungo periodo, o è in grado di fare donazioni, lascio la mia mail: todessil@gmail.com

Silvia Todeschini


mercoledì 12 gennaio 2011

Di spari, di morti, di bombe. Di terra, di libertà, di straordinaria forza.




Di mestiere ha fatto il contadino per 35 anni, si chiamava Shaban Mohammed Shaker Karmoot, classe 1964. Un tempo sulla sua terra a Beit Hannoun crescevano olivi, palme e limoni, poi una notte sono arrivati i carri armati israeliani e li hanno sradicati. Hanno aperto un varco su un muro della sua casa, hanno demolito la casa dei vicini davanti ai suoi occhi. Aveva 12 figli, nonostante quello che gli era successo aveva piantato nuove verdure ed alberi e si recava a coltivare la sua terra tutti i giorni, arrivava al campo alle sei e mezzo del mattino e tornava a casa alle quattro e mezzo del pomeriggio. Anche il 10 gennaio ci è andato, però non è tornato a casa perché gli hanno sparato: un colpo al collo, uno al petto ed uno all'addome. C'era l'intento di uccidere da parte di chi sparava, e Shaban è morto. È morto nella sua terra, coltivandola come faceva da 35 anni. Le forze di occupazione non sono riuscite ad incatenarlo con la paura degli spari e delle incursioni, e per impedirgli di coltivare hanno dovuto sparargli.

Il 4 Gennaio quattro bulldozer israeliani sono entrati nell'area vicina al confine nei pressi di Khuza'a, al sud della striscia, protetti da nove carri armati, due elicotteri Apache, due F16 e diversi droni. Hanno distrutto 50 dunam di terreno e almeno 13 famiglie hanno dovuto temporaneamente abbandonare le proprie abitazioni. Però dopo sono tornate alle loro case, nonostante i buchi dei proiettili su alcuni muri.
“Fanno queste incursioni e per spaventarci e mandarci via da casa nostra. Vogliono convincerci che ci sarà un'altra guerra e ci vogliono allontanare dalle nostre case in modo da poter fare ciò che vogliono senza ostacoli e senza testimoni. Ma noi non lasceremo le nostre case, questa è la nostra terra e noi rimarremo qui fino a che potremo.” (Shatha Abu Rjela)

Questa nuova guerra, però, sembra tristemente vicina: i due episodi sopra descritti sono solo un esempio di come sia evidente un'escalation nelle violenze israeliane. In dicembre, il primo ministro israeliano Silvan Shalom ha dichiarato che Tel Aviv dovrà “rispondere e rispondere con tutta la nostra forza” nel caso in cui i combattenti per la resistenza palestinese non smettessero di lanciare i loro missili fatti in casa.

Secondo Ilan Pappe, noto storico ed intellettuale di origini israeliane emigrato in Inghilterra: “C’è l’intenzione di abbattere la Striscia e la sua popolazione ancora una volta, ma con più brutalità e per un lasso di tempo più breve. […] Lo scenario per il prossimo round si sta schiudendo davanti ai nostri occhi e somiglia in modo deprimente alla stessa situazione in via di deterioramento che ha preceduto il massacro di Gaza due anni fa: bombardamenti quotidiani sulla Striscia e una politica che tenta di provocare Hamas così da giustificare un maggior numero di attacchi. […] È ora per tutti quelli che hanno fatto sentire la loro voce con forza e vigore DOPO il massacro di Gaza due anni fa, di farla sentire ADESSO, e cercare di prevenire il prossimo.”

Ogni giorno a Khuza'a si sentono spari provenienti dalla torretta di controllo, ed ogni giorno o quasi i soldati israeliani sparano a contadini e pastori vicino al confine, causando gravi ferite quando non la morte del lavoratore in questione. Diverse volte al giorno i droni , gli F16 e gli Apache volano in cielo, e questi, quando non scaricano bombe, portano con sé un carico di oscuri ricordi e paura. La vita stessa di questi uomini, donne e bambini, è resistenza. È un grido che non vuole sottostare al giogo dell'occupazione. È un esempio di straordinaria forza. Ed è il momento, per coloro che dichiarano di amare la libertà, di compromettersi. Per prevenire la prossima guerra, ma prima ancora per supportare queste persone nella loro quotidiana resistenza.

In effetti tutto ciò di cui ho parlato ha a che fare con la libertà e non con la ricchezza. Non è un problema di elemosina, il punto non è che questa gente ha bisogno di aiuti materiali. Il problema è politico. Rivedo gli occhi fermi, decisi, quasi severi di Taragi, madre di 5 ragazze, con il marito in carcere e la casa ad un chilometro dal confine: “L'esercito israeliano ha invaso le terre che coltivavamo e le ha rese aride, ma non vogliamo aiuti economici per questo. Non vogliamo assistenza psicologica per i traumi causati dai soldati israeliani, dai loro bulldozer, dai loro proiettili, dai loro carri armati, dai loro Apaches, F16 e droni. Non vogliamo ne' soldi ne' psicologi. Noi, vogliamo che i soldati israeliani se ne vadano. Vogliamo non avere paura dei loro spari. Vogliamo vivere nella nostra terra. Vogliamo essere libere.”

sabato 1 gennaio 2011

Una casa di sole donne.


Siamo arrivati a casa della famiglia Aburgela, a Kusaa vicino Khan Younis, verso le 5 di pomeriggio. Una signora sui 40 anni racconta di essere madre di 5 figlie, che suo marito è in un carcere israeliano da 3 anni e deve restarci altri due perchè sotto tortura ha confessato un crimine che non aveva mai commesso. Durante piombo fuso una delle figlie ha respirato i vapori del fosforo bianco ed è stata molto male, e due giorni prima del nostro arrivo c’era stata un’incursione e sono rimaste chiuse in casa per tutto il tempo, che spesso di fronte a casa ci sono i carri armati…
Ci dicono che cercano il nostro aiuto. Allora ci offriamo di cercare contatti con associazioni che possano passare dei finanziamenti, soprattutto per coltivare, ci dicono no. Una di noi, che lavora in un centro di assistenza psicologia, propone loro di avere assistenza psicologica da questo, rifiutano. Lei ribadisce il concetto, la madre di 5 figlie comincia ad innervosirsi, non ne vuole sapere, dice che è psicologa pure lei, non cerca un’assistenza psicologica. A questo punto scopriamo che la figlia maggiore parla inglese molto bene, perché interviene nella discussione con l’energia di chi è convinta di avere di fronte qualcuno che non capisce una cosa ovvia:

“No, non hai capito. Noi non vogliamo che contattiate associazioni perché ci diano soldi. Non vogliamo denaro. Non vogliamo nemmeno che contattiate qualcuno che possa offrirci assistenza psicologica. Mia madre è assistente sociale, psicologa, e non ci serve altra assistenza psicologica. Noi vogliamo che le mie sorelle minori possano uscire di casa senza avere paura degli spari. Noi vogliamo addormentarci di notte senza avere paure di essere attaccati. Vogliamo semplicemente vivere tranquillamente a casa nostra. Vogliamo che scriviate la nostra storia così poi la gente lo sa e qui le cose cambiano. Qualche volta è arrivato qualche giornalista, gli abbiamo raccontato la storia e poi se ne è andato e non è cambiato nulla. Vogliamo che restiate qui, che non ci abbandoniate.”

Io la ho guardata e non ho saputo che risponderle. Cosa dovevo dirle? Che anche se la gente lo sa non cambia nulla, perché “la gente” non fa niente? Dovevo dirle che anche se mi fermavo li non cambiava molto per loro perché comunque io sono nella lista nera israeliana e non è che interrompono un’incursione perché un’attivista italiana si trova nelle vicinanze?
Ho spiegato loro tutto questo la sera, quando ho deciso di fermarmi.
Penso, ne ero convinta anche ad Hebron, che la mia o la nostra presenza in Palestina non cambi la situazione nell’immediato, che tanto agli israeliani non piacciamo come non gli piacciono i palestinesi, per loro non fa troppa differenza. La sera, nella notte, si sentivano i bulldozer che probabilmente stavano distruggendo qualche terra che nelle vicinanze qualche palestinese cercava di coltivare, la mattina ci siamo svegliate con due carri armati a poche centinaia di metri da casa, nel pomeriggio ce ne era uno, la sera di nuovo due e le figlie minori sono scappate a dormire dai vicini in centro città. No, non era un’incursione, è normale ed accade tutti i giorni.
Il fatto che io fossi li (e continui a restarci) non cambia questa situazione. Quello che cambia è che queste donne, forse, si sentono un po’ meno sole ed è, io credo, buona parte di quello che posso fare.

We don’t want your money. We want freedom!” (un professore di inglese, 2 anni fa, ad Hebron)

Boicotta israele.

lunedì 27 dicembre 2010

Lettera aperta da Gaza: due anni dopo il massacro pretendiamo giustizia



(english below)
Gaza assediata, Palestina
27 dicembre 2010

Noi palestinesi della striscia di Gaza sotto assedio, oggi, a due anni dall'attacco genocida di Israele alle nostre famiglie, alle nostre case, alle nostre fabbriche e scuole, stiamo dicendo basta passività, basta discussione, basta aspettare – è giunto il momento di obbligare Israele a rendere conto dei suoi continui crimini contro di noi. Il 27 dicembre 2008 Israele ha iniziato un bombardamento indiscriminato della striscia di Gaza. L'attacco è durato 22 giorni, uccidendo, secondo le principali organizzazioni per i diritti umani, 1417 palestinesi di cui 352 bambini. Per 528 sconvolgenti ore, le forze di occupazione israeliane hanno scatenato i mezzi provenienti dagli Stati Uniti: F15, F16, Carri armati Merkava, il fosforo bianco proibito in tutto il mondo, hanno bombardato ed invaso la piccola enclave costiera palestinese dove risiedono 1.5 milioni di persone, tra le quali 800.000 sono bambini e oltre l'80% rifugiati registrati alle Nazioni Unite. Circa 5.300 feriti sono rimasti invalidi.

La devastazione ha superato in ferocia tutti i precedenti massacri sofferti a Gaza, come per esempio i 21 bambini ammazzati a Jabalia nel marzo 2008 o i 19 civili uccisi mentre si rifugiavano nella loro casa durante il massacro di Beit Hanoun del 2006. La carneficina ha addirittura superato gli attacchi del novembre1956 nei quali le truppe israeliane hanno indiscriminatamente radunato ed ucciso 274 palestinesi nella città di Khan Younis (sud della striscia) ed altri 111 a Rafah (nord).

Fin dal massacro di Gaza del 2009, cittadini del mondo si sono assunti la responsabilità di fare pressione su Israele perchè rispetti la legge internazionale, attraverso la strategia già collaudata del boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Come è stato fatto nel movimento globale BDS che fu così efficace nel porre un termine al regime di apartheid sudafricano, chiediamo con forza alle persone di coscienza di unirsi al movimento BDS creato da oltre 170 organizzazioni palestinesi nel 2005. Come in Sudafrica lo squilibrio di forze in campo e di rappresentazione in questa lotta può essere controbilanciata da un potente movimento di solidarietà internazionale con il BDS in testa, portando i responsabili dell'atteggiamento israeliano a rendere conto delle proprie azioni, cosa in cui la comunità internazionale ha ripetutamente fallito. Allo stesso modo, sforzi civili e fantasiosi come le navi del Free Gaza che hanno rotto l'assedio cinque volte, la Gaza Freedom March, la Gaza Freedom Flotilla, e i molti convogli via terra non devono smettere di infrangere l'assedio, evidenziando la disumanità di tenere 1,5 milioni di cittadini di Gaza in una prigione a cielo aperto.

Sono passati ora due anni dal più grave degli atti di genocidio israeliani, che dovrebbe aver lasciato la persone senza alcun dubbio sulla brutale vastità dei piani di Israele per i palestinesi. L'assalto assassino verso gli attivisti internazionali a bordo della Gaza Freedom Flotilla nel mar mediterraneo ha reso palese al mondo il poco valore che Israele ha dato alle vite palestinesi finora. Il mondo ora sa, ed adesso dopo 2 anni nulla è cambiato per i palestinesi.

Il rapporto Goldstone è arrivato e passato: nonostante il suo elencare una dopo l'altra le contravvenzioni alle legge internazionale, “crimini di guerra” israeliani e “possibili crimini contro l'umanità”, nonostante l'Unione Europea, le Nazioni Unite, la Croce Rossa, e tutte le più grosse associazioni per i diritti umani abbiano fatto una chiamata per una fine a un'assedio medievale e illegale, esso continua con la stessa violenza. L'11 novembre 2010 il capo dell'UNRWA John Ging ha dichiarato: “non ci sono stati cambiamenti concreti per la popolazione sul terreno per quanto riguarda la loro situazione, la loro dipendenza da aiuti, l'assenza di ogni risarcimento o ricostruzione, nessuna economia...le distensioni, come sono state descritte, non sono state nulla di più che una distensione politica nelle pressioni verso Israele ed Egitto”

Il 2 dicembre 22 organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty, Oxfam, Save the Children, Christian Aid, e Medical Aid for Palestinian hanno prodotto il report “Dashed Hopes, Continuation of the Gaza Blockade (Speranze in polvere, la continuazione del blocco)”, chiamando per un'azione internazionale che forzi Israele ad abbandonare incondizionatamente il blocco, descrivendo come i palestinesi di Gaza sotto l'assedio israeliano continuino a vivere nelle stesse disastrose condizioni. Solo una settimana fa l'Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto dettagliato “Separate end Unequal (separati e diseguali)” che denuncia gli atteggiamenti israeliani come pratiche di apartheid, facendo eco ad affermazioni simili da parte degli attivisti sudafricani anti-apartheid.

Noi palestinesi di Gaza vogliamo vivere in libertà e incontrare amici palestinesi o famiglie da Tulkarem, Gerusalemme o Nazaret, vogliamo avere il diritto di viaggiare e muoverci liberamente. Vogliamo vivere senza la paura di un'altra campagna di bombardamenti che lascia i nostri bambini morti e molti più feriti o con cancro proveniente dall'inquinamento da fosforo bianco israeliano ed armi chimiche. Vogliamo vivere senza essere umiliati ai check point israeliani o la vergogna di non poter provvedere alle nostre famiglie a causa della disoccupazione portata dal controllo economico e dall'assedio illegale. Chiediamo una fine del razzismo che è a fondamento di quest'oppressione.

Domandiamo: quando i Paesi del mondo si comporteranno secondo le fondamentali premesse che gli esseri umani debbano essere trattati in maniera equa, senza differenze di origine, etnia o colore – è così esagerato affermare che i bambini palestinesi abbiano gli stessi diritti di ogni altro essere umano? Sarete capaci un giorno di guardarvi indietro e dire che siete stati dalla parte giusta della storia o avrete supportato l'oppressore?

Noi, inoltre, chiamiamo la comunità internazionale ad assumersi le sue responsabilità e proteggere il popolo palestinese dalle feroci aggressioni di Israele, finire immediatamente l'assedio con un risarcimento completo della distruzione di vite ed infrastrutture di cui siamo stati afflitti da quest'esplicita pratica di punizione collettiva. Assolutamente nulla può giustificare pratiche internazionali feroci come l'accesso limitato all'acqua e all'elettricità a 1,5 milioni di persone. L'omertà internazionale nei confronti della guerra genocida che ha avuto luogo contro più di 1,5 milioni di persone rende palese la complicità in questi crimini.

Facciamo anche un'appello a tutti i gruppi di solidarietà palestinesi ed alle organizzazioni della società civile internazionale per esigere:

  • La fine dell'assedio che è stato imposto alla popolazione palestinese della West Bank e della striscia di Gaza come conseguenza dell'esercizio della loro scelta democratica.
  • La protezione delle vite civili e proprietà, come stipulato dalla legge umaitaria internazionale e dalla legge internazionale riguardo i diritti umani, come la quarta convenzione di Ginevra.-Il rilascio immediato di tutti i prigionieri politici
  • Che i rifugiati palestinesi nella striscia di Gaza siano immediatamente riforniti di supporto materiale e finanziario per affrontare le immense avversità che stanno vivendo
  • Fine dell'occupazione, apartheid ed altri crimini di guerra
  • Immediati risarcimenti e compensazioni per tutte le distruzioni portate avanti dalle forze di occupazione israeliane nella striscia di Gaza

Boicotta, disinvesti e sanziona, unisciti a molti sindacati in tutto il mondo, università, supermercati, artisti e scrittori che rifiutano di intrattenere l'apartheid di Israele. Parla della Palestina, per Gaza, e soprattutto AGISCI. Il tempo è adesso.

Gaza assediata, Palestina

27 dicembre 2010

List of signatories:
General Union for Public Services Workers
General Union for Health Services Workers
University Teachers' Association
Palestinian Congregation for Lawyers
General Union for Petrochemical and Gas Workers
General Union for Agricultural Workers
Union of Women’s Work Committees
Union of Synergies—Women Unit
The One Democratic State Group
Arab Cultural Forum
Palestinian Students’ Campaign for the Academic Boycott of Israel
Association of Al-Quds Bank for Culture and Info
Palestine Sailing Federation
Palestinian Association for Fishing and Maritime
Palestinian Network of Non-Governmental Organizations
Palestinian Women Committees
Progressive Students’ Union
Medical Relief Society
The General Society for Rehabilitation
General Union of Palestinian Women
Afaq Jadeeda Cultural Centre for Women and Children
Deir Al-Balah Cultural Centre for Women and Children
Maghazi Cultural Centre for Children
Al-Sahel Centre for Women and Youth
Ghassan Kanfani Kindergartens
Rachel Corrie Centre, Rafah
Rafah Olympia City Sister
Al Awda Centre, Rafah
Al Awda Hospital, Jabaliya Camp
Ajyal Association, Gaza
General Union of Palestinian Syndicates
Al Karmel Centre, Nuseirat
Local Initiative, Beit Hanoun
Union of Health Work Committees
Red Crescent Society Gaza Strip
Beit Lahiya Cultural Centre
Al Awda Centre, Rafah

(originale in inglese)


An Open Letter from Gaza: Two Years after the Massacre, a Demand for Justice


Besieged Gaza, Palestine


27. December.2010


We the Palestinians of the Besieged Gaza Strip, on this day, two years on from Israel's genocidal attack on our families, our houses, our roads, our factories and our schools, are saying enough inaction, enough discussion, enough waiting – the time is now to hold Israel to account for its ongoing crimes against us. On the 27th of December 2008, Israel began an indiscriminate bombardment of the Gaza Strip. The assault lasted 22 days, killing 1,417 Palestinians, 352 of them children, according to main-stream Human Rights Organizations. For a staggering 528 hours, Israeli Occupation Forces let loose their US-supplied F15s, F16s, Merkava Tanks, internationally prohibited White Phosphorous, and bombed and invaded the small Palestinian coastal enclave that is home to 1.5 million, of whom 800,000 are children and over 80 percent UN registered refugees. Around 5,300 remain permanently wounded.


This devastation exceeded in savagery all previous massacres suffered in Gaza, such as the 21children killed in Jabalia in March 2008 or the 19 civilians killed sheltering in their house in the Beit Hanoun Massacre of 2006. The carnage even exceeded the attacks in November 1956 in which Israeli troops indiscriminately rounded up and killed 275 Palestinians in the Southern town of Khan Younis and 111 more in Rafah.
Since the Gaza massacre of 2009, world citizens have undertaken the responsibility to pressure Israel to comply with international law, through a proven strategy of boycott, divestment and sanctions. As in the global BDS movement that was so effective in ending the apartheid South African regime, we urge people of conscience to join the BDS call made by over 170 Palestinian organizations in 2005. As in South Africa the imbalance of power and representation in this struggle can be counterbalanced by a powerful international solidarity movement with BDS at the forefront, holding Israeli policy makers to account, something the international governing community has repeatedly failed to do. Similarly, creative civilian efforts such as the Free Gaza boats that broke the siege five times, the Gaza Freedom March, the Gaza Freedom Flotilla, and the many land convoys must never stop their siege-breaking, highlighting the inhumanity of keeping 1.5 million Gazans in an open-air prison.



Two years have now passed since Israel’s gravest of genocidal acts that should have left people in no doubt of the brutal extent of Israel’s plans for the Palestinians. The murderous navy assault on international activists aboard the Gaza Freedom Flotilla in the Mediterranean Sea magnified to the world the cheapness Israel has assigned to Palestinian llife for so long. The world knows now, yet two years on nothing has changed for Palestinians.

The Goldstone Report came and went: despite its listing count after count of international law contraventions, Israeli “war crimes” and “possible crimes against humanity,” the European Union, the United Nations, the Red Cross, and all major Human Rights Organizations have called for an end to the illegal, medieval siege, it carries on unabated. On 11th November 2010 UNRWA head John Ging said, “There's been no material change for the people on the ground here in terms of their status, the aid dependency, the absence of any recovery or reconstruction, no economy…The easing, as it was described, has been nothing more than a political easing of the pressure on Israel and Egypt.”


On the 2nd of December, 22 international organizations including Amnesty, Oxfam, Save the Children, Christian Aid, and Medical Aid for Palestinians produced the report ‘Dashed Hopes, Continuation of the Gaza Blockade’ calling for international action to force Israel to unconditionally lift the blockade, saying the Palestinians of Gaza under Israeli siege continue to live in the same devastating conditions. Only a week ago Human Rights Watch published a comprehensive report "Separate and Unequal" that denounced Israeli policies as Apartheid, echoing similar sentiments by South African anti-apartheid activists.


We Palestinians of Gaza want to live at liberty to meet Palestinian friends or family from Tulkarem, Jerusalem or Nazareth; we want to have the right to travel and move freely. We want to live without fear of another bombing campaign that leaves hundreds of our children dead and many more injured or with cancers from the contamination of Israel’s white phosphorous and chemical warfare. We want to live without the humiliations at Israeli checkpoints or the indignity of not providing for our families because of the unemployment brought about by the economic control and the illegal siege. We are calling for an end to the racism that underpins all this oppression.


We ask: when will the world’s countries act according to the basic premise that people should be treated equally, regardless of their origin, ethnicity or colour – is it so far-fetched that a Palestinian child deserves the same human rights as any other human being? Will you be able to look back and say you stood on the right side of history or will you have sided with the oppressor?


We, therefore, call on the international community to take up its responsibility to protect the Palestinian people from Israel’s heinous aggression, immediately ending the siege with full compensation for the destruction of life and infrastructure visited upon us by this explicit policy of collective punishment. Nothing whatsoever justifies the intentional policies of savagery, including the severing of access to the water and electricity supply to 1.5 million people. The international conspiracy of silence towards the genocidal war taking place against the more than 1.5 million civilians in Gaza indicates complicity in these war crimes.


We also call upon all Palestine solidarity groups and all international civil society organizations to demand:


- An end to the siege that has been imposed on the Palestinian people in the West Bank and Gaza Strip as a result of their exercise of democratic choice.
- The protection of civilian lives and property, as stipulated in International Humanitarian Law and International Human Rights Law such as The Fourth Geneva Convention.
- The immediate release of all political prisoners.
- That Palestinian refugees in the Gaza Strip be immediately provided with financial and material support to cope with the immense hardship that they are experiencing
- An end to occupation, Apartheid and other war crimes.
- Immediate reparations and compensation for all destruction carried out by the Israeli Occupation Forces in the Gaza Strip.


Boycott Divest and Sanction, join the many International Trade Unions, Universities, Supermarkets and artists and writers who refuse to entertain Apartheid Israel. Speak out for Palestine, for Gaza, and crucially ACT. The time is now.


Besieged Gaza, Palestine


27.December.2010