Siamo antifascisti e antirazzisti. Ed è esattamente per questo che siamo antisionisti. (Rete Italiana ISM)


lunedì 14 marzo 2011

Noi non ci arrenderemo mai


L'altro giorno mi hai chiesto perché sono qui.
Cioè, perchè me ne sono venuta a Gaza.
Perchè Palestina. Perchè qui. Perchè quasi un anno.
E sembra quasi che avrei dovuto avere una risposta chiara, visto che in somma lo ho scelto.
Ma no, non ce l'avevo.
Potevo raccontarti di Suzanne, dei Samouni, delle scuole.
Potevo raccontarti dei prigionieri che non possono parlare con le loro famiglie, dei corpi dei morti sequestrati da Israele, potevo parlarti dei contadini.
Di per se' non sarebbe stata una risposta.
Perché non sono andata in un qualsiasi posto invaso dalla povertà e disperazione in Africa o ad Haiti ad esempio... Perché proprio qui?
Ti ho risposto che se non prendevo posizione stavo dalla parte dell'oppressore. Ed è vero. Ma a pensarci, non è una ragione sufficiente per restare qui... cioè, sarebbe una ragione sufficiente per lottare restando in Italia, ma no, in effetti è una ragione stupida, essa non è una ragione sufficiente per restare quasi un anno a Gaza.
C'è qualche cosa di affascinante nella Palestina. Tanta gente dice che qui ci lascia il cuore. Io stessa, quando i soldati israeliani mi hanno deportata da Tel AlArabyya (nelle mappe attuali Tel Aviv), dicevo che in Palestina avevo lasciato il cuore. Però in fondo non sapevo perché. La ragione vera per cui proprio qui volevo tornare, questa non la sapevo. O forse la sapevo nel fondo di me stessa senza riuscire ad definirla davvero.
C'è qualche cosa di affascinante nella Palestina, dicevo. E si, ci sono paesaggi bellissimi, non tanto qui a Gaza ma almeno nella West Bank... ma ne ho visti di migliori in vita mia, il paesaggio delle dolomiti mi piace molto di più. E davvero, per vedere gli ulivi millenari potevo venirci anche solo per qualche giorno...no, non sono ne' i paesaggi ne' gli ulivi ad essere così affascinanti qui. Eppure questo è un luogo in cui ho lasciato il cuore, ed in cui ho deciso di tornare per un anno.
Poi lo ho capito, cosa è davvero affascinante nella Palestina, in Gaza e in Cisgiordania. La gente, il popolo di Palestina è affascinante. Non è che siano tutti persone spettacolari, per carità, non è che siano perfetti, non è che siano tutti miei migliori amici, non è che non ci siano problemi culturali, non è che vado d'accordo con tutti. Ma quello che è affascinante nel popolo palestinese è la forza. La forza di resistere all'oppressione, in tutti i modi. La forza di non abbandonare la propria terra, e continuare a coltivarla. La forza di voler imparare l'inglese, anche senza nessuna prospettiva di uscire. La forza di ricominciare da capo, di non mollare. E non per un giorno, non per una settimana un mese, nemmeno per un anno, ma per ben 62 anni: per quasi tutti significa l'intera vita. La forza di Nada, 15 anni, che in inglese mi dice: “we will never give up” “noi non ci arrenderemo mai”, e con tutta la sua famiglia non abbandona la casa anche se si trova a poche centinaia di metri dal confine. La forza di sorridere, è incredibile come le palestinesi ed i palestinesi sorridano anche quando hanno i peggiori traumi addosso. La forza di seminare di nuovo dopo che sono passati i bulldozer. La forza dei bambini e bambine di andare a scuola passando attraverso i check point o a poche centinaia di metri dalla torretta di controllo. La forza di andare a filmare e fotografare le incursioni, sapendo che è pericoloso. La forza di marciare in manifestazioni pacifiche per ribadire che questa terra non è di Israele, anche se i soldati sparano, anche rischiando la vita. La forza di prendere la armi per fronteggiare l'oppressore. E la forza di comprendere che tutte queste diverse forme di resistenza sono per un'unica ragione, e questa ragione è la Libertà, nel senso più vero, più profondo, più intimo e fiero del termine.
Ecco, credo sia proprio questo. Tutto quello per cui ho lottato negli anni passati si potrebbe riassumere nella parola Libertà, e qui, questo popolo, sta davvero lottando per la Libertà, e sta lottando con una forza ed una caparbietà tali da rendermi certa che non potranno perdere. Quando ho lasciato l'Italia l'ultima volta – ricordi? - dicevo che sicuramente tutti i palestinesi, alla fine, sarebbero stati costretti ad andarsene. Ora non lo credo più. Anche se Israele si può comperare l'ONU, anche se l'oppressore ha carri armati potenti e bulldozer giganteschi. E non lo credo perché mi fido di Nada, che ha solo 15 anni, e mi ha detto: “noi non ci arrenderemo mai”.

sabato 12 marzo 2011

Appello per la giornata dei prigionieri palestinesi

L'International Solidarity Movement (ISM) Gaza chiede una giornata di azione globale per attirare l'attenzione sui prigionieri politici palestinesi che si trovano illegalmente detenuti in Israele. Il 17 aprile è il giorno dei prigionieri palestinesi, una giornata in commemorazione delle 5.834 palestinesi che sono attualmente (al 1 Febbraio 2011), detenuti nelle carceri israeliane. Non meno di 221 di loro sono bambini e 798 sono condannati all'ergastolo.

Vi chiediamo di organizzare eventi il ​17 aprile o nel corso di quella settimana nei vostri paesi per contrastare le numerose violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele in materia prigionieri palestinesi.

Aumentate la consapevolezza, incentivate la pressione dell'opinione pubblica i vostri rappresentanti locali e nazionali per far rendere conto ad Israele dei suoi crimini, domandando che vengano rispettati come minimo i seguenti punti:

    * Stop alla reclusione di bambini!
    * No alle detenzioni amministrative! Queste sono detenzioni che non richiedono alcuna motivazione ufficiale, che vengono usate recludere i palestinesi per 6 mesi senza accuse e che spesso sono prolungate per altri 6 mesi (in un caso fino a 60 mesi)
    * Fermare la tortura fisica e psicologica nei confronti dei prigionieri!
* Assicurare il diritto dei prigionieri di Gaza per ricevere le visite dei familiari! Gli abitanti di Gaza nelle carceri israeliane non è stato consentito di ricevere visite da giugno 2007

Israele riceve enorme pubblicità globale per Gilad Shalit, il l'unico prigioniero israeliano che è attualmente detenuto in Palestina, mentre il mondo rimane in gran silenzio sui 5.834 palestinesi che sono incarcerati in Israele. Essi e le loro famiglie rimangono anonimi e spenti nei media occidentali e negli ambienti politici, nonostante l'enorme numero di persone coinvolte. Mentre la tortura è pratica comune nelle prigioni israeliane, le autorità governative israeliane hanno minacciato che "il cielo cadrà" se si dovesse fare del male a Shalit.

"Ovviamente in carcere ci torturano. Ma non è la cosa peggiore, le ferite fisiche guariscono. Il tormento psicologico è molto più grave. Le guardie ci sveglio nel cuore della notte per tirarci fuori delle nostre celle, mentre calpestano il Sacro Corano e rubano i nostri beni più personali come lettere ed immagini” spiega un uomo che è stato recentemente rilasciato.

Come ISM Gaza vogliamo in particolare richiamare l'attenzione sul caso dei detenuti di Gaza. Dal giugno 2007, Israele ha vietato a tutti gli abitanti di Gaza di visitare i loro parenti incarcerati in Israele. I 676 abitanti di Gaza che sono attualmente nelle carceri di Israele, non hanno quindi ricevuto un singolo visitatore per più di tre anni e mezzo ormai. I detenuti di Gaza, molti dei quali sono incarcerati a tempo indeterminato senza processo, da allora sono stati in isolamento virtuale, in quanto generalmente non sono autorizzati a comunicare tramite telefono o via Internet, e solo occasionalmente hanno il permesso di inviare una lettera alle loro famiglie.

Dato che i prigionieri di Gaza sono negate le visite della famiglia, hanno anche un accesso limitato alle necessità di base in carcere - come abbigliamento e denaro – visto che le visite sono spesso unico mezzo per i prigionieri di ricevere questi beni. Agli avvocati è vietato trasferire denaro ai detenuti: l'Israeli Prisoners' Service insiste sul fatto che solo i parenti possono trasferire denaro, il che ovviamente è impossibile.

Siamo in contatto con le organizzazioni locali e hanno familiari ed ex detenuti che sono disposti a parlare con voi attraverso una conferenza skype che saremmo lieti di creare con voi.

Per informazioni più dettagliate contattate ISM Gaza (gazaism@gmail.com) via e-mail

Vo chiediamo di AGIRE nella settimana del 17 aprile nel nome di palestinesi, uomini, donne e bambini nelle carceri israeliane che non hanno voce e come tutti i palestinesi, e non hanno ancora giustizia.

Cordiali saluti,

L'ISM Gaza-team

IAW a Pisa

ISRAELI APARTHEID WEEK 2011 a Pisa

Gruppo BDS-Pisa per la Palestina, Un ponte per, Progetto Rebeldia, Sinistra Per..., Casa della Donna, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese ONLUS, Associazione per la Pace - Pisa, Centro Gandhi, Rete Radiè Resch, Pax Christi, Maghreb Unito, Cobas-Pisa
  vi invitano a:
  • Martedì 15 marzo, ore 19:30-22:30 - Cineclub Arsenale, Vicolo Scaramucci 4, Pisa
Ore 19:30 - Aperi-cena palestinese
Ore 20:30 - Proiezione: film di animazione Fatenah (di Ahmad Habash, Palestina 2009, 31') - ingresso serata 4 €
A seguire, presentazione e dibattito:
Diritti negati: il regime di Apartheid sulla pelle dei Palestinesi
Intervengono:
Guido Benedetti (Medici per i diritti umani) - Il diritto allo salute nei Territori Occupati
Martina Pignatti M. (Un ponte per...) - Resistere all'Apartheid, una lotta per la dignità
Mostra in background: THE BEATEN TRACK, la salute negata nella Striscia di Gaza
Proiezione: Route 181, frammenti di un viaggio in Palestina e Israele (di E. Sivan e M. Khleifi, Isr/Pal 2004, estratto di 30')
  • Mercoledì 16 marzo, ore 17:00-20:00 - Aula multimediale, Fac. di Lettere, Via Collegio Ricci 10, Pisa
Conferenza e dibattito:
Agire e comunicare contro l'Apartheid israeliana:

la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni)
Introduce:
Guido Masotti (Gruppo BDS-Pisa per la Palestina)
Intervengono:
Stephanie Westbrook (Coalizione italiana contro Carmel-Agrexco)
Fouad Rouehia (Amisnet, Agenzia Multimediale di Informazione Sociale)
  • Mercoledì 23 marzo, ore 17:00-20:00 - Aula Magna Nuova della Sapienza, Via Curtatone e Montanara 15, Pisa
Tavola rotonda:
Relazioni accademiche tra Italia e Palestina,

le università resistono alla discriminazione
Introduce:
Prof. Giorgio Gallo (Università di Pisa)
Intervengono:
Prof. Cinzia Nachira (Università del Salento) - La cultura sotto assedio e lo spettro dell'Apartheid
Enrico Bartolomei (Università di Macerata) - Fare ricerca in Palestina, un'esperienza personale
Martina Pignatti Morano (Università di Pisa) - Richieste e proposte dell'accademia palestinese
La Campagna per il Diritto allo Studio in Palestina presenterà il documento
"Guida introduttiva per i progetti di collaborazione accademica fra Italia e Palestina"

venerdì 11 marzo 2011

IAW a Bologna

Ricevo e pubblico:

5 DATE A BOLOGNA PER INFORMASI SULLA SITUAZIONE IN PALESTINA E PER COMPRENDERE IL CONFLITTO IN CORSO DA 63 ANNI.

9 Marzo ore 18.30.
MACONDO, Via del Pratello 22c
Aperitivo. A seguire Gaza sotto assedio: perché Israele infrange il Diritto Internazionale. Intervengono: Senatore Fernando Rossi e Avv. Chantal Meloni, ricercatrice di diritto penale presso l'Università degli Studi di Milano e il Palestinian Center for Human Rights di Gaza. Proiezioni di corti su Gaza e intermezzi musicali

11 Marzo ore 16.45.
Sala Conferenze Albergo del Pallone, Via del Pallone 4 (laterale Via Irnerio)
Perché parlare di Apartheid Israeliana? Analisi comparata tra il sistema di Apartheid sudafricano e quello israeliano. Analisi del Dr. Sami Hermez, intellettuale Palestinese, ricercatore presso St. Anthony's College, Oxford University, PhD presso Princeton University

12 Marzo ore 18.30.
CENTRO DI DOCUMENTAZIONE DELLE DONNE, Via del Piombo 7
Gerusalemme oggi. Presentazione a cura di Luisa Morgantini, ex parlamentare europea, Fatima Abdur Rahman e Prof. Kariouti

13 Marzo ore 18.30.
CENTRO DI DOCUMENTAZIONE DELLE DONNE, Via del Piombo 7
Gabbie, carceri e tortura. Presentazione del libro Gabbie, di Miriam Marino (Rete Ebrei contro l'Occupazione) e interventi sull'utilizzo della tortura sui prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane e sulla situazione nella zona h2 di Hebron. Intervengono: Miriam Marino, Dott.ssa Valentina Spada e Dott.ssa Ilaria Campione (Centro di Salute Internazionale - Università di Bologna)

20 Marzo ore 17.00.
SALA BENJAMIN, Via del Pratello 53 (Centro Sociale La Pace)
Mostra di opere di bambini di diverse scuole bolognesi sulla Palestina, sono coinvolti giovani di varie comunità migranti del territorio. Presentazione dei ragazzi. A seguire spettacolo di danza tipica palestinese Dabka e buffet con cibi tradizionali

20 Marzo ore 20.30. SALA BENJAMIN, Via del Pratello 53 (Centro Sociale La Pace)
Essere giovani in Palestina. Intervengono: Avv. Burani, che analizzerà la situazione dei minori nelle carceri israeliane, Murad Owda, assistente sociale presso il Phoenix Cultural Center del Campo Profughi Deishe nei Territori Occupati Palestinesi

Per ulteriori approfondimenti consultare: http://apartheidweek.org/
Per  informazioni rivolgersi a: info.bdsbologna@gmail.com /3391492621
A cura di: Comitato BDS Bologna, Donne in Nero, Comitato Palestina Bologna, Pax Christi, Mashi, Ya Basta, Federazione RdB, Gruppo Studio Politecnico 09, Pari Opportunità e Sviluppo.

lunedì 7 marzo 2011

Programmi IAW






























Di seguito il programma dell'apartheid week qui a Gaza ed in alcune città italiane (se siete a conoscenza di altri eventi perfavore segnalatemeli!)



Padova:
  • Lunedì 7 (ore 20.30 aula A nasini dip. chimica via Marzolo): presentazione dell'apartheid week, proiezione del film documentario “the apartheid wall”
  • Martedì 8 (ore 15 aula G dip. chimica via Marzolo): collegamento con me da Gaza
  • Sabato 12: iniziative ai supermercati
  • Lunedì 14 (ore 15 aula I dip.chimica via Marzolo): collegamento con gli studenti da Gaza

Napoli:
  • Radio Lina dedicherà spazio agli aventi
  • il comitato per il boicottaggio promuove un evento per il 10 alle 5.30 di pomeriggio, al centro culturale “città del sole”, con collegamento con gli studenti da Gaza e dibattito con il professor Sami Hermez
 

Gaza
  • il 7 ci sarà la proiezione di alcuni brevi filmati sul BDS, con un collegamento con Naeem Jeenah, attivista sudafricano anti-apartheid
  • l'8 ci sarà una videoconferenza con Ilan Pappè, storico ed intellettuale di origini israeliane costretto ad emigrare perché non in linea con il pensiero sionista, ed autore dell'importamte testo: “la pulizia atnica della Palestina”
  • Il 9 sarà proiettato “il vento che accarezzava l'erba”, per ricordare i legami con le lotte di liberazione di altri paesi quali l'irlanda
  • il 10 verrà proiettato il documentario: “a family from Gaza”, ci sarà una videoconferenza skype con Lubna Masarwa riguardo i tentativi di rompere l'assedio su Gaza, ed un link con il gruppo di Napoli “comitatoboicottaggio” sul boicottaggio accademico
  • il 12 ci sarà un collegamento dalla Cisgiordania con il poeta ed attivista Rafeef Zyada e Omar Barghouti, membro fondatore della campagna BDS
  • il 15 ci sarà la testimonianza di un rifugiato, Abu Huzaima che racconterà di come è avvenuta la pulizia etnica nel suo villaggio originario, Zarnouqa, e con Ramzy Baroud, autore di “My Father was a freedom Fighter” ed editore di Palestine Chronicle
  • il 17 ci sarà un collegamento con diverse università negli Stati Uniti ed Inghilterra, per raccontare la situazione di Gaza e scambiare idee su azioni.

domenica 6 marzo 2011

Principi di base dell'IAW - Israeli Apartheid Week


1- Il fine della IAW è quello di educare i cittadini circa la natura d’apartheid dello stato d’Israele contribuendo a rafforzare campagne per il Boicottaggio il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele.
Desideriamo dare il nostro contributo circa la comprensione di Israele quale stato d’apartheid. I cittadini palestinesi sono esclusi dal controllo e dallo sviluppo di più del 90% delle terre, vengono discriminati negli aspetti più basilari e quotidiani della loro vita: educazione, sistema sanitario, servizi pubblici, pubblico impiego, semplicemente perché sono palestinesi. I palestinesi che furono espulsi nel 1948 e nel 1967 non possono tornare alle proprie case e alle proprie terre e allo stesso tempo qualsiasi persona ebrea nel mondo ha il diritto di trasferirsi a vivere in Israele ricevendo automaticamente la cittadinanza israeliana. Nella West Bank occupata e nella striscia di Gaza i palestinesi vivono sottoposti a una legge militare discriminatoria, distribuiti in bantustans isolati tra loro e circondati dal muro

2- Lavoreremo per porre fine alla complicità internazionale con questo stato d’apartheid.
I governi offrono grande supporto economico e politico al regime di apartheid israeliano. Le corporazioni guadagnano grazie agli investimenti e alle operazioni bancarie congiunte a compagnie israeliane. Le istituzioni, le organizzazioni e i sindacati che non si oppongono a ciò permettono il sostegno morale ed economico di Israele. Artisti, intellettuali e squadre sportive finiscono per legittimare l'apartheid israeliana, mantenendo rapporti come se nulla fosse. Questo tipo di cooperazione e supporto permette all’apartheid di continuare ad esistere, per questo porre fine alla complicità internazionale è così importante.

3- Crediamo che l’apartheid israeliana sia un elemento facente parte di un più vasto sistema economico e militare di dominazione.
Per questo restiamo solidali con tutte le persone oppresse del mondo, in particolare con le comunità indigene che soffrono la repressione di regimi coloniali, lo sfruttamento e il dislocamento.

4- Siamo contro l’ideologia razzista del sionismo che fornisce le basi al colonialismo israeliano.
Siamo contrari perché esso discrimina direttamente e forzatamente tutti coloro che non sono ebrei. Siamo contro tutte le forme di discriminazione e crediamo che non ci sarà mai giustizia senza la restaurazione di tutti i diritti di ciascuno, senza differenze di razza, etnia o nazionalità.

5- Le nostre richieste si basano sulla richiesta della società civile palestinese per il Boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele del 9 Luglio 2009 e avanzata da più di 170 organizzazioni palestinesi.

6- Boicottaggio disinvestimento e sanzioni dovranno essere applicate fino a quando Israele riconoscerà il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione, riconosciuto dal diritto internazionale quale diritto fondamentale:

  1. Mettendo fine all’occupazione e alla colonizzazione delle terre arabe, distruggendo il muro e liberando tutti i prigionieri politici arabi e palestinesi
  2. Riconscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabi residenti all’interno dello stato d’israele e la loro uguaglianza con gli altri cittadini
  3. Rispettando, proteggendo e promuovendo il diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alle proprie case e proproetà stipulato dalla risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numero 194.

    (ricevo e pubblico da una mailing list, ringrazio Caterina per la traduzione)

    giovedì 3 marzo 2011

    Due feriti il 26 ed un morto il 28 febbraio



    Stava finendo la bombola del gas in casa e sua moglie doveva cucinare, così Khaled Mohammed ElHsunmy, 37anni, è andato a raccogliere legna. Il posto dove si può trovare legna da ardere è vicino al confine, e lui si trovava a 450 metri dal confine, nelle vicinanze c'era anche un pastore. Non era la prima volta che si recava li a raccogliere legna, succedeva circa una volta al mese... Un cecchino israeliano lo ha colpito con un dum dum (proiettile che esplode all'impatto, proibito dalla convenzione di Ginevra) nella parte bassa della gamba destra, mandando in frantumi sia il perone che la tibia. “In casa siamo 9, il mio figlio maggiore ha 10 anni e la mia figlia maggiore 18. Lavoravo come contadino alla giornata, ma nell'ultimo periodo era difficile trovare lavoro, negli ultimi 2 mesi non mi ha chiamato nessuno.” Ha subito un'operazione i medici hanno dovuto applicare un sostegno esterno per impedire alle ossa di ricalcificarsi nelle posizione sbagliata; probabilmente nel giro di un anno dovrà subire un'altra operazione nella quale preleveranno dei pezzi di ossa dall'anca per posizionarli dove mancano nel perone o nella tibia.

    Due persone sono andate a trovare Khaled in ospedale, uno è suo nipote, Bilal Shaban ElHsunmy di 18 anni, che raccoglieva detriti vicino al confine ed è stato ferito da un dum dum l'11 dicembre dell'anno scorso, anche lui ha ancora i sostegni esterni per fissare l'osso nella posizione giusta, ed anche a lui dovranno amputare un pezzo di osso dell'anca per metterlo dove è stato completamente frantumato dal dum dum sparato dal cecchino israeliano. I suoi 2 fratelli maggiori facevano lo stesso lavoro, ed entrambi sono stati feriti dalle forze di occupazione. Adesso nessuno lavora in famiglia.
    L'altra persona presente nella stanza è Mohammed Smail ElKhamdaw, 34 anni, vicino di casa di Khaled, ferito il 19 novembre mente raccoglieva detriti al confine. Racconta: “La mia gamba era tenuta insieme solo dalla pelle, le ossa erano completamente andate in frantumi... nessun altro lavora in famiglia, dio ci aiuterà a trovare di che vivere. Mi domandi di lasciare un messaggio? Non ho nessun messaggio. Qualunque messaggio sarebbe inutile, perché tanto Israele continua a fare quel che vuole, qualunque cosa io dica non cambia nulla.”

    Israele ha chiamato “buffer-zone” l'area di terreno palestinese compresa nei 300 metri dal confine israeliano, e ne hanno unilateralmente proibito l'ingresso a chiunque non faccia parte delle forze di occupazione. Inoltre, in un'area che secondo un rapporto dell'ONU va dal chilometro ai due chilometri dal confine, i cecchini israeliani sparano spesso ai palestinesi. Il rapporto dell'ONU definisce “no-go zone” l'area fino ai 300 metri e “high risk zone” l'area fino al chilometro e mezzo, due chilometri. Poiché nessuno o quasi nessuno entra più nei 300 metri dal confine, la maggior parte dei casi di persone ferite o uccise nell'ultimo periodo è nell'“high risk area”, sebbene essa non sia chiaramente definita né esplicitamente dichiarata nemmeno dalle forze di occupazione. 





    “Erano le 2 del pomeriggio stavo dormendo vicino alla finestra, e vicino a me dormiva anche mia figlia di 18 mesi. Mi sono svegliato terrorizzato da un'esplosione vicinissima, la finestra era andata in frantumi e mia figlia perdeva sangue dalla parte alta della testa, quando l'ho pulita mi sono accorto che c'era un pezzo di vetro conficcato nella pelle, allora la ho portata in ospedale ero molto preoccupato, ha solo un anno e mezzo...li le hanno tolto il vetro e mi hanno spiegato come cambiarle le bende ogni giorno.” Inizia così il racconto di Hiatham Jamal Abo Sharikhi (33 anni) riguardo i fatti avvenuti il 26 febbraio. Le finestre dell'edificio sono andate completamente distrutte, non è più possibile chiudere la porta della terrazza e la casa è completamente piena di vetri: i pavimenti, i tappeti, i materassi, le coperte... Quando i bambini camminavano si continuavano a ferire con i vetri sui tappeti e sul pavimento e per questa ragione la famiglia si è temporaneamente spostata a vivere da dei parenti. L'esplosione è avvenuta a poche decine di metri dall'abitazione di Hitiam, in un ex compound militare colpito talmente tante volte che ormai è ormai vuoto ed abbandonato, ma lo spostamento d'aria è stato sufficiente a distruggere tutti i vetri dell'edificio, dal secondo piano dove abita lui al piano terra dove abita sua madre Shafiah, di 57 anni. “anche io stavo dormendo e sono stata investita dai vetri - racconta – fortunatamente ero protetta da una coperta. Dopo ho visto una grande nube nera alzarsi dal luogo dell'esplosione. Mio figlio sembra forte, ma so che è distrutto per quanto è successo a sua figlia.”

    La prima moglie di Hitiam è stata uccisa nel 2007 quando da Beit Lahya stava cercando di raggiungere il marito che si trovava a Gaza, perché la situazione nel nord stava diventando pericolosa. I suoi 2 figli stavano viaggiando con la madre un un'automobile che è stata colpita da una bomba israeliana lanciata nelle vicinanze. La madre e l'autista sono morti, e, quando hanno portato il cadavere della madre all'ospedale, ancora teneva salda la figlia di 15 giorni, ed i medici hanno dovuto faticare per separarla dalla madre. La figlia ferita il 26 febbraio proviene invece dal secondo matrimonio di Hitiam, avvenuto dopo la morte della prima moglie.

    Sempre il 26 febbraio più o meno alla stessa ora le bombe israeliane hanno raggiunto il campo profuchi di Burej, fortunatamente senza causare nessun ferito.



      
    “Gli avevo detto di non andarci, perchè era troppo vicino al confine e pericoloso, ma lui sosteneva che li c'erano più pietre, e voleva comperare il latte per suo figlio” 
    Tareq, cugino di Omar Maruf, ucciso dalle forze di occupazione il 28 febbraio.


    Tareq ed Omar stavano raccogliendo pietre, Tareq si trovava a 700 metri dal confine e Omar si era avvicinato fino a 300 metri, per raggiungere un'area dove poteva trovarne di più. Le pietre poi sarebbero state distrutte per farne materiale da costruzione, l'ingresso del quale qui a Gaza è proibito dall'assedio. Omar si trovava fuori dalla vista di Tareq quando dalla torre di controllo hanno iniziato a sparare, Tareq sapeva che il cugino era ferito, ne era certo anche perché con l'ultimo colpo è stato colpito l'asino che tirava il carretto che Omar utilizzava, l'aveva visto cadere. Tareq non poteva avvicinarsi perché gli spari continuavano, e nemmeno l'ambulanza riusciva ad avere il coordinamento con l'esercito israeliano per raggiungere l'area.
    Le forze di occupazione hanno continuato a sparare fino alle 11, e nel frattempo i bulldozers stavano scavando un buco attorno al carretto ed all'asino morto.
    Alle 2 di pomeriggio la salma di Omar è stata recapitata all'ospedale di Shifa attraverso il valico di Erez. Il corpo presentava una ferita da dum dum (proiettile che esplode all'impatto, vietato dalla convenziona di Ginevra) all'altezza dell'addome, e nessun segno di cure o medicazioni.

    Omar, assassinato a vent'anni, lascia una moglie della stessa età ed un bimbo di 2 anni. E tante domande sul perché di un'azione militare che nel suo complesso appare davvero priva di senso ed troppo simile ad un gioco violento, contro un individuo chiaramente disarmato ed inoffensivo.

    “Non vogliamo soldi, cibo o vestiti, vogliamo vivere al sicuro. I miei figli si svegliano la notte facendo incubi di spari e morti, la moglie di mio cugino Omar è distrutta dal dolore” conclude Tareq.