Al
campo Newroz pioviggina. Anzi piove. Ci sono pozzanghere e fango.
Bisogna stare attenti a non scivolare nel fango, e certe volte non è
facile, soprattutto quando non c'è corrente e ci si muove con la
luce del cellulare.
Alan
è uno degli abitanti del Rojava che qui si da da fare nel comitato
per le relazioni. Spiega che tutto è organizzato in comitati: c'è
la scuola dove i ragazzi imparano in curdo, ci sono le attività
organizzate dal centro culturale per insegnare ai bambini il canto e
la danza, c'è la tenda delle donne dove si studia la storia delle
donne e del Kurdistan, c'è la tenda degli uomini dove si studia la
storia del kurdistan e si può vedere la televisione, c'è il
comitato per i servizi che si occupa di organizzare i lavori
necessari nel campo, eccetera, eccetera. Nuri, invece, è originario
di Shengal e parla inglese molto bene, portandomi in giro nel campo e
traducendo le interviste, ma non dimenticando di raccontare la storia
della sua gente. Quando mi porta nella tenda della sua famiglia per
mangiare e dormire e mi domanda: “hai presente un libro che si
chiama “il Principe”, scritto da Macchiavelli? In quel libro c'è
una frase: “il fine giustifica i mezzi.” Ecco, noi siamo i mezzi
sacrificati per il fine dell'occidente e degli altri Stati qui
attorno. Però non siamo stupidi, no, noi capiamo cosa succede.”