Siamo antifascisti e antirazzisti. Ed è esattamente per questo che siamo antisionisti. (Rete Italiana ISM)


sabato 31 dicembre 2011

Esitare va benissimo, se poi fai quello che hai da fare (buon anno nuovo)

C'è una frase di Brecht: “esitare va benissimo, se poi fai quello che hai da fare”. Non è una mancanza di rispetto per chi non ha esitato, è un incoraggiamento per chi non sa se partire.

giovedì 15 dicembre 2011

No alle bollicine di Sodastream

Ricevo e pubblico quest'appello di stopagrexco:

L'acqua è limpida… gli affari di Sodastream, NO!
stopsodaSodastream, ditta israeliana che produce gasatori per l'acqua di rubinetto, spacciati per prodotti "eco-chic", nasconde una brutta verità: il suo principale impianto di produzione si trova in un insediamento israeliano costruito illegalmente nei Territori palestinesi occupati.

Diciamo ai rivenditori e ai promotori dei prodotti Sodastream che non li vogliamo in Italia!  

Le organizzazioni, associazioni, comitati e collettivi possono inviare adesioni a: stopsodastream@gmail.com


Spett.le Rivenditore/Promotore,
vi scriviamo per informarvi, in quanto rivenditori/promotori dei prodotti Sodastream, che questa ditta opera in palese violazione del diritto internazionale. Infatti, come si evince anche dal suo rapporto annuale, la principale fabbrica della Sodastream si trova a Mishor Adumim, zona industriale di Ma'aleh Adumim, un insediamento israeliano costruito illegalmente nei territori Palestinesi occupati.[1]
Per questo motivo, nel luglio del 2011 COOP Svezia, che detiene una quota di mercato pari al 21,5% dei supermercati svedesi, ha annunciato la sospensione della vendita dei prodotti Sodastream.[2]
Vi chiediamo, pertanto, di seguire l'esempio della COOP Svezia e di cessare la vendita/promozione dei prodotti Sodastream, motivando la nostra richiesta come segue:
a) Gli insediamenti israeliani nei territori Palestinesi occupati sono illegali secondo il Diritto Internazionale. I prodotti degli insediamenti sono pertanto il risultato di una violazione del diritto internazionale e di un abuso delle risorse naturali di un popolo sotto occupazione, anche questo un crimine secondo la IV Convenzione di Ginevra.[3]
b) A sancire l'illegalità degli insediamenti, una sentenza del 2010 della Corte di Giustizia della Comunità Europea ha dichiarato i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani non ammissibili per le tariffe doganali preferenziali previste dall'accordo UE-Israele.[4] È stata proprio la Sodastream al centro di questa sentenza per aver omesso il luogo esatto di provenienza sui propri prodotti.
c) La Sodastream finanzia direttamente l'insediamento di Ma'aleh Adumim attraverso le tasse comunali che vengono utilizzate esclusivamente per sostenere la crescita e lo sviluppo dell'insediamento.[5]
d) Nonostante Sodastream pubblicizzi i suoi prodotti come “eco-ambientali”, le tasse comunali pagate a Ma'aleh Adumim finanziano la gestione della discarica israeliana di Abu Dis, anche essa costruita illegalmente in Cisgiordania, in cui vengono scaricate 1100 tonnellate di rifiuti al giorno provenienti da Gerusalemme e dagli insediamenti israeliani circostanti.[6] Il Ministero dell'Ambiente israeliano ha affermato che la discarica, ubicata sopra la Mountain Aquifer, la principale fonte d'acqua in Cisgiordania, sta “inquinando corsi d'acqua e terre nelle vicinanze”.[7]
e) L'organizzazione israeliana per i diritti dei lavoratori Kav LaOved ha documentato casi in cui i lavoratori palestinesi della fabbrica Sodastream di Mishor Adumim, con poche alternative oltre a quella di lavorare negli insediamenti, erano pagati meno della metà del salario minimo, lavoravano in condizioni terribili e venivano licenziati se protestavano. Inoltre, i lavoratori palestinesi vivono sotto occupazione e quindi non godono dei diritti civili, e dipendono dai loro datori di lavoro per i permessi di lavoro.[8]
La Sodastream ha dimostrato di avere poco o nessun riguardo per il Diritto Internazionale e per i diritti umani, mentre fa di tutto per presentarsi come un'impresa socialmente responsabile che tutela l'ambiente. Invece si rende complice e trae profitti dalla sistematica violazione che il governo israeliano fa del Diritto Internazionale e dei diritti umani basilari del popolo palestinese: crimini quali la confisca illegale delle terre e delle risorse palestinesi e la costruzione del Muro di segregazione, condannata dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 2004.[9]
Poiché pensiamo che la vendita dei prodotti Sodastream avvenga da parte vostra in buona fede,  riteniamo che non vorrete in alcun modo facilitare la violazione dei diritti umani: pertanto con questa lettera, vi chiediamo di porre termine alla commercializzazione dei prodotti della Sodastream.
Attendiamo un vostro gentile riscontro.


Prime firme:
Stop Agrexco Roma
Amici della Mezzauna Rossa Palestinese
Un Ponte per...
Comitato per la Campagna di Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni contro Israele (Campania)
Women's International League for Peace and Freedom – Italia
Associazione per la Pace
Luisa Morgantini - già Vice Presidente del Parlamento Europeo
Lo Sguardo di Handala – Onlus
Statunitensi per la pace e la giustizia – Roma
Comitato varesino per la Palestina
UMVA : Unione dei musulmani varesini
Musvarè : Associazione dei musulmani italiani varesini
Omar al Faruk : Centro culturale islamico varesino
Comitato "Con la Palestina nel cuore" (Roma)
Forum Palestina
BDS Milano
Donne in Nero - Roma
Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese
BDS Pisa
Gruppo per la Palestina - Pisa
Pax Christi Italia
Istituto di Ricerca per la Pace (Italy) – Rete Corpi Civili di Pace
Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus di Firenze
Associazione per la pace della provincia di Pordenone
Coordinamento Campagna BDS Bologna
Khalil Shaheen, Director of the Economic and Social Rights Unit, Palestinian Center for Human Rights – Gaza


[1] Sodastream International Ltd. Annual Report for the Fiscal Year Ended December 31, 2010
[2] Coop stops purchases of Soda Stream , 19.07.2011
[3] IV Convenzione di Ginevra per la protezione delle persone civili in tempo di guerra, Titolo III Statuto e trattamento delle persone protette, Sezione III Territori occupati, art. 49 , 12.08.1949
[4] Corte di giustizia dell'Unione europea, Comunicato stampa n. 14/10, Prodotti originari della Cisgiordania non possono beneficiare del Regime doganale preferenziale istituito dall'accordo CE-Israele , 25.02.2010
[5] SodaStream: A Case Study for Corporate Activity in Illegal Israeli Settlements , Coalition of Women for Peace – Israel, gennaio 2011
[6] Adumim Industrial Park
[7] Jerusalem refuses to stop using Abu Dis landfill , 14.06.2011
[8] Palestinian Workers at the SodaStream Factory , SodaStream: A Case Study for Corporate Activity in Illegal Israeli Settlements, Coalition of Women for Peace – Israel, gennaio 2011
[9] Legal Consequences of the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory; Advisory Opinion of the International court of Justice. 09.07.2004

domenica 11 dicembre 2011

Racconti ISM dalla Palestina...


Su questo blog state leggendo molte storie. Volete ascoltarle dal vivo? Volete parlare con attivisti che hanno visto e vissuto esperienze come queste, non solo a Gaza ma anche e soprattutto nella Cisgiordania? Noi non vediamo l'ora di raccontare...


Siamo alcune persone che hanno fatto attivismo nella wb con l'ISM.
Vorremmo parlare di resistenza popolare in Palestina e del ruolo dell’attivismo internazionale. Vorremmo parlare di cosa significa fare interposizione nei territori occupati e di come le politiche sioniste accelerano ed intensificano processi di colonizzazione e apartheid, di come i coloni dell'estrema destra israeliana continuano ad attaccare, impuniti o addirittura protetti dall’esercito, i civili palestinesi nella loro quotidianità. Vogliamo ricordarci che tutto questo succede anche a causa del nostro silenzio e del generale consenso e asservimento dei governi occidentali. Lo vogliamo fare raccontando la specificità delle nostre esperienze con l’International Solidarity Movement, organizzazione di volontari internazionali, che nasce con lo scopo preciso di supportare e rafforzare la resistenza popolare palestinese.
Abbiamo la possibilità, in quanto testimoni, di dare una voce ad un popolo a cui troppo spesso viene negata ogni voce.
Non ci mancano video, foto e documenti. Se siete interessati ad organizzare un’iniziativa di controinformazione potete contattarci all’indirizzo italianism@inventati.org

venerdì 9 dicembre 2011

Bombardamenti israeliani nell'anniversario della prima intifada


L'interno della casa di Migdad (foto Rosa Schiano)

Israele ha celebrato l'anniversario della prima intifada quest'anno ferendo gravemente due bambini ed ucciendo un uomo che stava dormendo a Gaza. Un bombardamento alle due di notte ha distrutto una casa dove 7 persone stavano dormendo, un ragazzo vent'enne racconta come ha portato fuori dalle macerie e dalla polvere la sua famiglia e lo zio morto.

Siamo al nord di Gaza, è il 9 dicembre. La casa dove abitava Migdad Al-Zaalan è completamente inutilizzabile. Entrando si inciampa sui detriti e si rischia di cadere. Il soffitto è praticamente inesistente e i suoi resti sono sparsi su quello che resta del pavimento. Un piccolo edificio, poche stanze, una famiglia normale. Per terra, sotto la polvere, resta un materasso con un cuscino dove qualcuna dormiva, si intravede un rubinetto, materassi ammassati, bambole sommerse dai detriti, pezzi di vita quotidiana come forchette, ogni cosa anche in cucina è sommersa da macerie. Le coperte, all'uscita, sono già raccolte in grandi sacchi, pronte ad essere portate via. Questo è quello che resta dell'abitazione e degli averi di una famiglia dopo un triplice bombardamento israeliano. All'interno -se interno si può chiamare, visto che manca il soffitto- di quel che resta della casa si trova Migdad con un amico. Entrambi i ragazzi sono giovani, non più di 20 anni, e dimostrano grande forza nel raccontare quello che è accaduto.

Migdad, 20 anni, descrive quello che è successo a partire dalle 2 di notte: “Dopo la prima bomba io e la mia famiglia siamo scappati, siamo corsi fuori di casa. I nostri vicini sono nostri parenti, quindi, dopo la seconda bomba sono andato da loro per cercare mio zio, sua moglie mi chiamava da sotto i detriti perchè portassi fuori suo figlio di sei mesi, che lei teneva in braccio. Dopo la terza bomba ho continuato a scavare per cercare mio zio. Quando lo ho trovato stava ancora respirando. Mi ha detto “prenditi cura della mia famiglia, porta fuori mia moglie e i bambini” e poi è morto. Si chiamava Bahjat al-Zaalan ed aveva 38 anni.” Migdad, nel panico e nella disperazione, aggravati dalla notte e dall'incertezza di quello che sarebbe potuto accadere, racconta di avere urlato, di essersi strappato i capelli e di avere corso senza meta. “Siamo arrivati all'ospedale verso le 2.45. Due bambini di 8 e 10 anni sono stati gravemente feriti, in tutto abbiamo 12 feriti ed un morto, mio zio.” Secondo Migdad i feriti sono stati quasi tutti dimessi dall'ospedale a parte i due più bambini gravi. Con la sua famiglia andrà a vivere a casa di uno zio nel campo profughi della spiaggia.

Se la casa dove abitava Magdad è sventrata e resa inutilizzabile, la casa dello zio vicino è totalmente inesistente. Qualcuno sta lavorando tra le macerie. Il lato della casa che dava sul sito bombardato sembra dissolto, il tetto è posto in obliquo, appoggiato ad una sola parete. È pericoloso anche avvicinarsi, c'è il rischio concreto che crolli da un momento all'altro.

Israele dice di avere centrato, con le tre bombe, un campo di addestramento delle brigate al Qassam. Come se, bombardando un campo di addestramento, non fosse chiaro che si danneggiano fortemente anche le case vicine. Come se non fossero voluti questo morto e feriti tra i civili. Sferrando un attacco di quella portata a fianco di una casa c'è da aspettarsi di colpire anche i civili che nella casa stanno dormendo.
Lanciare una bomba di quel tipo in un centro abitato e dire che lo si è fatto per colpire un campo di addestramento è come tirare un forte pugno allo stomaco di qualcuno e dire che lo si è fatto per colpire una zanzara che li si era posata. Il punto non è se li c'era o non c'era una zanzara, il punto è che un forte pugno allo stomaco fa male per giorni.

Inoltre, questo è il secondo attacco da parte di Israele che provoca morti tra i palestinesi nel giro di poche ore. Ieri, 8 dicembre, una bomba ha centrato un'automobile in pieno centro di Gaza, nella strada Omar al Mukhtar, uccidendo i due passeggeri, che a quanto pare facevano parte delle brigate al-Aqsa, e ferendo 4 tra i passanti.

Proprio la notte tra il 8 e 9 dicembre di 24 anni fa è scoppiata la prima intifada, l' “intifada delle pietre”. Prima intifada in arabo si dice “intifada al-ula”. “Intifada” in arabo significa “ribellione, insurrezione” chi l'ha vissuta racconta che erano soprattutto i più giovani a partecipare alla rivolta. La scintilla che ha fatto partire la prima intifada è stata l'uccisione di 4 lavoratori palestinesi in un incidente stradale con un veicolo delle forze di occupazione, però le vere cause sono più profonde, si trovano nell'occupazione israeliana, negli omicidi mirati, nei numerosissimi arresti, nella violenza quotidiana che il popolo palestinese era costretto a subire, nell'abbandono da parte della comunità araba. Appunto la notte tra l'8 e il 9 dicembre 1987 una manifestazione è partita da Jabalya e nel giro di poci giorni l'insurrezione si è poi diffusa in tutta la Palestina occupata. Così è come, in uno scambio di lettere, uno dei maggiori poeti palestinesi pronosticava la prima intifada:

Hai ragione. Hai ragione: abbiamo bisogno urgente della prima fede e del primo fuoco. Abbiamo bisogno della nostra semplicità. Abbiamo bisogno del primo insegnamento della patria: Resistere con tutto ciò che possediamo di tenacia ed ironia. Con tutto ciò che possediamo di furore. Nei momenti critici aumentano le profezie. Ed eccomi vedere il viso della libertà accerchiato da due ramoscelli d’ulivo. Lo vedo sorgere da un sasso”.
Maĥmud Darwish; Parigi 05/08/1986

Il tetto della casa di Migdad (foto Rosa Schiano)

mercoledì 7 dicembre 2011

AAA - Cercasi attivist*


Si cercano persone disposte a venire a Gaza con l'ISM. La paga è nulla, il lavoro tanto, i rischi molti. Si chiede un lungo periodo di tempo a disposizione, di essere preparati, che siate resistenti come ulivi.
E soprattutto vi si chiede di essere molto, molto motivat*.
Nonostante tutto questo, stiamo diventando sempre meno, e prima arrivate meglio è...

Attivist* a Gaza con l'ISM

L'International Solidarity Movement lancia un appello perchè nuov* attivist* si uniscano al nostro gruppo nella striscia di Gaza assediata.
Dopo avere lasciato la striscia nel 2003 in seguito agli omicidi di Rachel Corrie e Tom Hurndall, l'ISM Gaza è rinato nel mese di agosto 2008 quando attivisti ISM ed altri volontari hanno compiuto lo storico viaggio per rompere l'assedio di Gaza a bordo della prima free-gaza boat. Da allora e per oltre 3 anni di assedio, l'ISM ha mantenuto una presenza costante a Gaza.

Gli attivisti ISM hanno rifiutato di andarsene quando Israele ha iniziato a bombardare Gaza nel dicembre 2008. Durante i 23 giorni di devastanti attacchi, essi hanno accompagnato le ambulanze e fornito essenziali testimonianze.

La vita quotidiana a Gaza è un'atroce lotta. In palese violazione del diritto internazionale, Israele impone il limite di tre miglia marine ai pescatori. La “buffer zone”, unilateralmente imposta da Israele, divora oltre un terzo delle aree agricole della striscia, quelle che si trovano lungo il confine. Regolarmente viene sparato ai contadini e talvolta vengono uccisi con la sola colpa di coltivare la propria terra all'interno dei confini di Gaza.

Gli attivisti di ISM Gaza accompagnano contadini e manifestanti nella buffer zone, tanto quanto i pescatori, costantemente molestati dalla marina militare israeliana. All'indirizzo http://www.palsolidarity.org/main/category/gaza/ puoi trovare video, foto e leggere i report di ISM-Gaza.

Coloro che vogliono fare parte del gruppo ISM-Gaza dovranno frequentare un training nel paese d'origine, e devono comunicare con i volontari presenti a Gaza prima del loro arrivo. Entrare a Gaza è un processo lungo che può richiedere del tempo da trascorrere in Egitto. Tutti i volontari dell'ISM-Gaza devono accettare e rispettare i principi ISM delineati sul sito www.palsolidarity.org .

Inoltre si raccomanda:

  • Una precedente esperienza di attivismo con l'ISM nella Cisgiordania (in alternativa è necessario avere esperienza di azioni dirette nonviolente, preferibilmente in altre parti del medio oriente.)
  • Comprensione della storia della Palestina, ed una certa conoscenza dell'attuale situazione politica
  • Una conoscenza di base dell'arabo è fortemente consigliata, altrimenti è necessario l'inglese.
  • Sensibilità alla cultura locale
  • Possibilità di rimanere a Gaza per lunghi periodi di tempo (più di un mese)
  • Elevato grado di autonomia ed autosufficienza
  • Capacità di affrontare situazioni di stress prolungato
  • Aver sperimentato il metodo del consenso per prendere decisioni

Per ultieriori informazioni, inerenti al corso di formazione o altro, perfavore scrivete a gazaism@gmail.com (in inglese)

sabato 3 dicembre 2011

Sequestri e spari contro i pescatori

Questo è di 3 giorni fa, ma meglio tardi che mai...

(traduzione di Rosa Schiano e mia da un articolo di Radhika Sainath)

La marina israeliana spara a pescatori palestinesi che avevano intentato causa contro Israele, sequestrati almeno altri nove nelle acque di Gaza.

Ieri la marina israeliana si è violentemente impossessata di due pescherecci palestinesi nelle acque di Gaza, sparando ad un pescatore ad un braccio, ed in conclusione costringendo almeno dieci uomini ad andare ad Ashdod, in Israele, dove sono stati interrogati per parecchie ore. Israele ha rilasciato tutti i pescatori alle due di questo mattino.

Nehad Mohamed Rajab Al-Hesy, 28 anni, ha riferito che la sua imbarcazione ed altre sei stavano pescando nella stessa area alle 11.30 circa di martedì mattina quando ha improvvisamente visto cinque navi israeliane - tre grandi e due piccole - avvicinarsi alla sua barca e a quella di Omar al Habil. Racconta Al-Hesy che entrambi gli uomini avevano intentato causa contro Israele per aver distrutto i loro mezzi in passato.

"Gli israliani hanno detto alle altre quattro imbarcazioni di tornare a Gaza. Tutte e sei le imbarcazioni hanno cercato di raccogliere le proprie reti ma a noi lo hanno impedito. Gli israeliani ci hanno aperto il fuoco contro e mi hanno colpito all'avanbraccio. Il proiettile è entrato ed uscito dal mio braccio," ha aggiunto mostrando il suo braccio sinistro fasciato con garza bianca e bende.

La marina israeliana poi ha chiesto chi fosse il responsabile della barca e Al-Hesy ha risposto che la barca era sua.
Successivamente, la marina israeliana gli ha ordinato di togliersi i vestiti, tuffarsi in acqua e nuotare fino a raggiungere le navi israeliane, poi hanno chiesto agli altri tre - Mohamed Rajab Mohamed Al-Hesy (18 anni), Jarrimal Jehad Rajab Al-Hesy (22 anni) e Mohamed Jehad Rajab Al-Hesy (19 anni) -  di fare lo stesso.

"è stata un'esperienza terribile. Una cosa spaventosa," ha detto Jarrmal, 22 anni. "Ora siamo tutti malati a causa delle acque fredde in cui ci hanno costretti a nuotare."

Una volta sulla barca, Al-Hesy è stato bendato e le forze israeliane gli hanno legato le braccia dietro la schiena e lo hanno costretto a sedersi in una posizione dolorosa per parecchie ore. "La mia schiena, le mie spalle e il braccio a cui mi avevano sparato mi facevano malissimo", ha detto, "ma pensavo alla mia imbarcazione perchè è l'unica rendita su cui può contare la mia famiglia."

Ad Ashdod, le forze israeliane hanno iniziato ad interrogare Al-Hesy alle 17.00

"Perché avete infranto il limite delle tre miglia?", gli ha domandato un soldato israeliano.

"Durante Oslo, ci era consentito di raggiungere le 20 miglia quindi perché non ci permettete di andare oltre le tre miglia? Queste tre miglia non sono sufficienti," ha risposto Al-Hesy.

"Io non rappresento l'esercito israeliano," ha risposto il soldato, secondo Al-Hesy. "Ma voi avete qualche cosa che non va. Perché voi pescatori non vi riunite e vi rivolgete alle Nazioni Unite e non andate ai centri per i diritti umani così da poter suoerare le tre miglia?"

Successivamente il soldato ha cambiato l'argomento dell'interrotorio, chiedendo ad Al-Hesy i nomi dei poliziotti che lavorano al porto. Al termine dell'interrogatorio, fu detto a Al-Hesy che sarebbe stato rimandato a Gaza, ma lui si è rifiutato di andare senza la sua barca.

Ha spiegato che nel 2003, la marina israeliana prese la sua barca insieme a circa 10.000 $ di equipaggiamento. Ha detto al soldato: "Tutta la mia famiglia dipende da questa barca. Noi non possiamo vivere senza questa barca. Se non torno indietro, qui posso mangiare e bere. Se rientro senza la mia barca non avrò da mangiare."

Quando Al-Hesy ha visto gli altri pescatori, ha spiegato loro che non sarebbe tornato a Gaza senza la sua barca. Gli altri pescatori si sono messi d'accordo per fare lo stesso e hanno rifiutato di salire sul pullman diretto al confine di Erez.
Le forze israeliane alla fine hanno obbligato tutti i pescatori a salire sul pullman.

Al-Hesy e gli altri uomini sono stati alla fine rilasciati alle 2 del mattino, ma il suo peschereccio, insieme a quello di Omar al Habil, rimane sotto custodia israeliana. Al-Hesy pesca da quando aveva 13 anni e guadagna circa 20 shekels a giorno, o 4 Euro. Egli ricorda che guadagnava 1000 shekels (200 Euro) quando Israele permetteva di pescare fino alle 20 miglia. Oltre a sostenere la ferita da proiettile ricevuta dall'esercio, Al-Hesy ha anche piaghe intorno alla caviglia destra a causa delle manette.

La causa riguardante l' incidente del 2007, in cui la marina israeliana distrusse un'altra sua imbarcazione, è ancora pendente.

"Noi pescatori non facciamo mai nulla di male. Noi non spariamo missili dalle nostre barche, noi non tocchiamo nessuno di loro, ma loro uccidono pescatori, arrestano pescatori; sequestrano così tante barche".


(foto di Radhika Sainath)

mercoledì 30 novembre 2011

Festa! (nella no-go zone)



Oggi è la giornata internazionale della solidarietà con il popolo palestinese, quindi oggi si festeggia. Oggi è martedì, quindi è il giorno della manifestazione settimanale al confine a Beut Hannoun, quindi la festa si fa all'interno della no-go zone, zona di morte unilateralmente imposta da Israele.

Suvvia, l'area vicino al confine è un bel posto per festeggiare! Un po' abbandonato all'aspetto, con qualche buca, qualche duna e segni di carri armati, qualche proiettile a terra... Ma in fondo, fino al 2001 era, oltre che ampiamente coltivato, un luogo dove si andava a fare i pic-nic in famiglia. Arriviamo nella no-go zone cantando. Canzoni della resistenza palestinese, irlandese ed italiana: sembra che “bella ciao”, qui, sia diventato di moda, come da noi le scarpe con scritto “nike”, solo che “bella ciao” è molto più bella e ricorda cose più iportanti della scritta “nike”. Cantando queste canzoni sembra che la nostra resistenza sia un po' più simile alla loro, quasi che ci fosse un legame, un filo che le unisce.

Andiamo a fare festa con le bandiere. Saber sostiene che le bandiere non rappresentano “l'istituzione Stato” ma la gente. Io non sono troppo convinta, ma se lo dice lui, per una volta porto una bandiera pure io (turca, però). Ci sono bandiere di tante nazioni perchè vogliamo la gente di tutti i Paesi, oggi, a fare festa con noi nella no-go zone. L'altra settimana i soldati israeliani avevano telefonato alla parte palestinese del valico di Rafah per intimarci di tornare indietro, se no avrebbero sparato. Allora questa volta, nella giornata internazionale della solidarietà con il popolo palestinese, vogliamo tutti i popoli di tutti i Paesi a fare festa con noi nella no-go zone.

Facciamo festa con i palloncini, pieni di elio. Abbiamo attaccato ai palloncini dei messaggi, “no all'occupazione”, “Palestina libera”, e via dicendo, i palloncini dovrebbero portarli in alto, lontano. Però, sfortuna, i messaggi sono troppo pesanti ed i palloncini cadono ed esplodono sui cespugli secchi. Poco male, la festa continua, non è il caso di disperarsi. In tutte le feste qualche palloncino esplode, e quando fa boom tutti i bimbi si voltano sorpresi.

In tutte le feste ci sono gli ornamenti, gli striscioni colorati. Nel nostro grande striscione c'è scritto: “Freedom – Justice – peace”, perchè senza pace non si fa festa, senza giustizia non c'è pace, e fino a che non saremo liberi non sarà fatta giustizia. Sullo striscione abbiamo lasciato le impronte colorate, intingendo le mani nella tempera e poi appoggiandole sulla stoffa, come farebbero dei bambini. E come i bambini, non sapevamo poi come pulirci le mani... come una bambina birichina qualcuna ha deciso di tenerla sporca per ricordo.

Parlando abbiamo ricordato coloro che sono rinchiusi qui a Gaza, coloro che subiscono gli effetti del muro e dell'espansione coloniale in Cisgiordania, i palestinesi discriminati nei territori del '48 ed i 9 milioni di rifugiati. “Oggi diciamo che quando è troppo è troppo è troppo è troppo. I Palestinesi sono persone come tutte le altre, anche loro hanno il diritto di vivere in libertà, pace ed uguaglianza. Israele, gli Stati Uniti e l'Europa hanno ostacolato troppo a lungo questo loro diritto.”

Oggi abbiamo cantato, giocato, colorato e parlato. Oggi abbiamo fatto festa. Pensavate che qui fossimo sempre seri e noiosi? Che qui non facessimo mai festa? E perchè? Non ditemi che vi sembra strano che anche qui a Gaza la gente desideri con tutte le sue forze di essere felice...



(le foto sono di Rosa Schiano)

lunedì 28 novembre 2011

Claudio dalla cisgiordania, terza lettera.

Dopo la prima e la seconda lettera, pubblico anche questa ed altre arriveranno... Sempre pensando che magari a qualcun viene voglia di fare un salto da quelle parti...

Due giorni intensissimi: rientro a Ramallah, preparandoci al venerdì; essendo in Ramadan c’è qualche manifestazione in meno, ma io sono nel gruppo che va a Nabi Saleh, il paese che è in questo momento il clou dell’azione; prendiamo posizione molto presto (alle otto siamo là), perché quasi sempre tra le nove e le dieci mettono un posto di blocco per impedire agli internazionali di accedere al paese a dare manforte. Questo paese è in cima ad una collina bellissima, con panorami sugli uliveti intorno e su alcune colline boscose. Ma purtroppo sulla collina di fronte hanno insediato uno dei villaggi illegali (per lo meno illegali per l’ONU), e da lì parte l’odio e la brama di prendersi anche questo villaggio.

Al mattino ci riuniamo prima in una casa del paese per un caffè, poi in un’altra casa per un the; poi sotto un gelso bianco enorme, comincia l’assembramento; direi che alla fine tra gente del paese e internazionali (anche qualche israeliano) siamo arrivati a un centinaio. Sulla strada c’è chi fa collezione di lacrimogeni già sparati: c’è chi ne tiene un mucchio, chi addirittura li ha appesi come se fossero il bucato, e sono a centinaia! Di solito infatti la battaglia è dentro il paese; ma ieri no. Le camionette dell’esercito si erano riunite in due posti, ma senza salire al paese; avevano sbagliato i conti, pensando che con il ramadan ci sarebbe stata poca gente? Fatto sta che entriamo nel campo di fronte e i ragazzi del paese si fanno man mano più forti e arrivano fino a qualche decina di metri dall’esercito, e lì partono i lanci di gas lacrimogeni, anche se non particolarmente fitti; poi si vede che sulla collina di fianco si erano preparati un altro po’ di soldati; quindi anche quelli più in basso cominciano a salire; un’altra camionetta si piazza sulla strada all’entrata del paese e comincia qualche lancio di lacrimogeni. I ragazzi del paese ci chiamano per asserragliarci nella casa più alta. Ma a quel punto non si capisce più niente: dei soldati erano già dentro la casa e sparano un lacrimogeno, poi cercano di uscire, ma fuori c’è una sassaiola; sparano lacrimogeni a caso, più per proteggersi la via di fuga che altro; ne ho visto inciampare e cadere uno con una faccia spaventatissima; con tutte le loro armi non sapevano che fare….. Per una volta siamo rimasti noi padroni del paese! Qualcuno voleva inseguire i soldati, ma c’era una debolezza da ramadan.

Ora alcune considerazioni: come si fa a mettere in mano delle armi sofisticate a dei ragazzini sprovveduti? Cosa non potrebbe succedere se sbagliano più di quanto hanno fatto? La settimana scorsa invece c’erano dei riservisti che hanno messo il paese a soqquadro, giornalisti pestati, zaini rovesciati e sempre la minaccia che dobbiamo andarcene, perché loro la fanno diventare zona militare.

Per la sera invece mancavano almeno due alla casa di Sheik Jarrah, per cui ci sono andato; come ho già scritto si cerca di tenere quattro persone chissà che quei pazzi sionisti facciano qualcosa; una notte dell’ultima settimana hanno tirato secchiate di cacca e piscia sulla tenda dei nostri; ma stanotte è stata tranquilla, a parte le condizioni dove dormiamo (io su un divano sfasciato lungo un metro e 20!). Ma la signora araba ieri ci ha portato salatini e dolcetti fatti in casa: per tutti il ramadan è un periodo per mangiare cose buone. Stamattina invece il più stronzo degli israeliani è uscito a far cagare il cane (un cagnone cattivo) e voleva fargliela fare nel giardinetto dove abbiamo la tenda; mi sono incazzato e per fortuna il cane ha dato retta a me ed è uscito in strada! Sheik Jarrah è un enorme quartiere a Gerusalemme Est, fatto di palazzoni, compreso quello dell’ONU, in mezzo a cui c’è una depressione; qui nel ’48 furono costruite delle case per i rifugiati cacciati da israele: per cui i palestinesi non sono proprietari e ogni scusa per buttarli fuori è buona; se una casa viene lasciata vuota, anche solo per andare a trovare amici, viene occupata dai sionisti che sembrano in giro come se fossero a caccia.

domenica 27 novembre 2011

Due giorni seminando grano

Il 23 ed il 25 Novembre sono stati coltivati 3 terreni al limite della no-go zone unilateralmente imposta da Israele. Tutte le terre si trovano tra i 250 ed i 400 metri dal confine, nel governoratorato di Khan Younis.

Il 23 novembre sono stati coltivati almeno 2 dunam in due diversi appezzamenti, nella zona anNajjar, villaggio di Khuza'a. Il primo terreno appartiene a Raji Radwan, si trova tra i 300 ed i 400 metri dal confine, e non è stato coltivato negli ultimi 6 anni. I lavori sono iniziati alle 10 del mattino, due contadini portavano il grano in due secchi neri e lo lanciavano a manciate su un terreno violentato dai bulldozer e carri armati israeliani. Seminavano camminando tra i solchi e le buche create dalle forze di occupazione, dove faceva capolino qui e li qualche cespuglio secco. Ciascuno dei due era accompagnato da un attivista internazionale. Un altro contadino stava sul trattore, insieme a due attivisti internazionali, ed arava e livellava il fertile terreno fino per sei anni inutilizzato. In tutto, nell'area, erano presenti 3 contadini, 4 attivisti internazionali e 2 attivisti palestinesi.
Finita questa prima terra a 200 metri di distanza anche Walid AnNajar ha coltivato nello stesso modo un terreno ugualmente rovinato dai mezzi militari. Al di la del confine due jeep si sono avvicinate all'avanposto, alla torretta di controllo. Da li le forze di occupazione hanno sparato 2 colpi in aria, quando ormai il terreno era stato seminato e quasi completamente arato. Ce ne siamo andati a lavoro quasi finito, torneremo quando sarà il tempo della raccolta.

Il 25 novembre invece è stato coltivato un terreno di almeno un dunam nel villaggio di Faraheen. Esso si trovava ad una distanza compresa tra i 250 ed i 350 metri dal confine, apparteneva a Yusef Aburjela ed in esso, all'arrivo del contadino e degli attivisti si trovavano 7 cani. Le forze armate israeliane, talvolta, usano animali inconsapevoli per i loro fini immorali: come lanciano cinghiali contro le coltivazioni palestinesi nella valle del Giordano, liberano branchi di cani nella zone di confine all'interno del territorio di Gaza per terrorizzare i palestinesi che si trovano nelle vicinanze. Questi branchi di cani randagi sono addestrati ad inseguire chiunque cammini a passo sostenuto: Yusef Aburjela stava muovendosi velocemente verso il sacco del grano per riempire il suo secchio quando il branco di cani ha cominciato a correre verso di lui. Allora il trattore si è mosso ed i cani sono indietreggiati impauriti: sono rimasti a debita distanza per tutto il tempo dei lavori.
Il 35% delle aree coltivabili di Gaza si trovano in un'area ad alto rischio o addirittura nella no-go zone, fascia di terreno in cui l'accesso è unilateralmente proibito dai soldati israeliani ai palestinesi. In queste zone prima dell'ultima intifada venivano coltivati ulivi e limoni, oggi rimangono incolte e segnate dal passaggio dei mezzi militari israeliani. Questo, però, non limita la voglia dei contadini di tornare alla loro terra per poterla coltivare e perchè possa dare frutto.
(grazie a Rosa Schiano per le foto)

sabato 26 novembre 2011

fuori l'apartheid dal menù!


Ricevo e pubblico:

Fuori l'Apartheid dal menù!
Giornata europea d'azione contro gli esportatori israeliani di prodotti agricoli 
26 novembre 2011

Palestina occupata, 11 novembre 2011 – L'esportazione di prodotti agricoli israeliani è il cuore del regime d'apartheid di Israele sul popolo palestinese. Si tratta di una componente fondamentale del processo di colonizzazione e distruzione ambientale della terra palestinese, del furto dell'acqua, e della violazione dei diritti dei lavoratori palestinesi. [1] Per decenni, le aziende agricole e le piantagioni israeliane hanno sfruttato le terre illegalmente espropriate ai palestinesi e l'acqua che di diritto appartiene ai palestinesi. [2] Ciٍ è più pronunciato nell'area della Valle del Giordano dei territori palestinesi occupati. L'Europa è il più grande mercato per i prodotti agricoli israeliani. [3]

La società israeliana Mehadrin, insieme a tutti gli esportatori agricoli israeliani, traggono profitti dalla vendita di frutti d'apartheid israeliana e sono spesso essi stessi direttamente coinvolti nella colonizzazione della terra e delle risorse palestinesi e nello sfruttamento dei lavoratori palestinesi. [5] Denunciare la complicità di queste aziende, sviluppare campagne di boicottaggio dei loro prodotti e fare pressioni sui grossisti e rivenditori affinché non li commercializzino sono forme efficaci e vitali di solidarietà con la lotta palestinese per la libertà, la giustizia e l'uguaglianza.

La campagna europea contro l'Agrexco, che prima era il principale esportatore agricolo di Israele, è stata un successo importante e uno dei principali fattori alla base della crisi finanziaria della stessa società. [4] Campagne che combinino azioni BDS popolari, comunicazione ai media e iniziative di pressione hanno condotto diversi supermercati europei a sviluppare politiche che, a loro dire, impediscono la vendita di prodotti provenienti dagli insediamenti. Ora è il momento per una nuova fase della campagna: agire contro tutti gli esportatori israeliani di prodotti agricoli per assicurare che non possano più vendere i loro prodotti dell'apartheid in Europa.

Questo novembre, il Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC), la più ampia coalizione della società civile palestinese, si unisce ai suoi partner in Europa invitando organizzazioni di solidarietà con la Palestina, sindacati, ONG, e persone di coscienza in tutta Europa a partecipare a "Fuori l'Apartheid dal menù!", una giornata europea d'azione contro gli esportatori israeliani di prodotti agricoli.

Azioni creative e popolari contribuiranno a rafforzare la campagna di boicottaggio dei consumatori di prodotti israeliani e a lanciare e sviluppare campagne strategiche, ben pianificate e a lungo termine nei confronti di Mehadrin e altri esportatori israeliani di prodotti agricoli che sono al centro dell'occupazione, del colonialismo e dell'apartheid israeliani.

Fuori l'Apartheid dal menù!

Iniziative in Italia per il 26 novembre:

Roma: partecipazione alla manifestazione nazionale Per l’acqua, i beni comuni e la democrazia, con teatro di strada sul furto d'acqua in Palestina.

Bulciago: Convegno nazionale Pax Christi, ASSETATI DI GIUSTIZIA, acqua e vite rubate da Gaza alla Valle del Giordano, ricordando Vittorio Arrigoni



[1]Ma’an Development Centre and Jordan Valley Popular Committees, Eye on the Jordan Valley

[2] Amnesty International, Thirsting for Justice: Palestinian Access to Water http://www.amnesty.org/en/library/info/MDE15/028/2009/en 

Ma’an Development Centre, Draining Away: The Water and Sanitation Crisis in the Jordan Valley

[3] OECD, OECD 2010 Review of agricultural policies: Israel, p.50

[4] Shir Hever, Why did Agrexco go bankrupt?

[5] A seguito del collasso dell'Agrexco, Mehadrin è ora il più grande esportare isareliano di prodotti agricoli. Per maggiori informazioni su Mehadrin, vedete
Per informazioni dettagliate sulla complicità di tutti i principali esportatori israeliani di prodotti agricoli, vedete:
Targeting Israeli Apartheid: a BDS Handbook by Corporate Watch http://www.corporatewatch.org/?lid=4103 

Fonte: Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC) http://www.bdsmovement.net/2011/take-apartheid-off-the-menu-8313

Traduzione a cura di Stop Agrexco Italia, www.stopagrexcoitalia.org 

venerdì 18 novembre 2011

Farming action in Khuza'a


Un vecchio e un bambino si preser per mano
e andarono insieme incontro alla sera;
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera...

Abu Khaled cammina a piedi scalzi su un terreno che non coltivava da cinque anni, porta il vestito lungo tradizionale e una kufyah in testa. Ogni due passi le sue vecchie mani lanciano una manciata di grano, cammina fino alla fine del campo, e poi torna indietro. Non dice una parola, e non perde mai il ritmo. I chicchi cadono sul terreno arido, sui cespugli secchi, su tumuli di terra e fosse. I piedi nudi e callosi non fanno caso alle spine e alle pietre, sembra che attraverso di essi ristabilisca un contatto perduto con la terra. La sua terra.
Finito questo lavoro si ferma e si guarda attorno malinconico, osservando il confine e la torretta di controllo.







L' immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l'occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d' intorno non c'era nessuno:
solo il tetro contorno di torri di fumo..
.







Qui, fino al 2001, c'erano ulivi, aranci e limoni, le famiglie venivano a fare i pic-nic, a stare insieme nel verde. Le ultime case sono state distrutte durante l'attacco israeliano chiamato piombo fuso, e da allora molte poche persone osano metterci piede. Ci troviamo vicino alla strada in cui dieci giorni fa i soldati sionisti hanno sparato senza preavviso in direzione mia e di Radhika, e soprattutto in direzione di alcuni bambini del posto che stavano tranquillamente camminando. I campi sono esattamente in mezzo tra il confine e quella strada.
A poche centinaia di metri verso nord ha avuto luogo l'omicidio di Roya'a AnNajjar, che durante piombo fuso è stata freddata mentre usciva dalla sua casa con una bandiera bianca dopo decine di ore d'assedio, nella stessa occasione è stato ucciso Mahmud e ferita Jasmeen, sempre della stessa famiglia. Poche centinaia di metri a sud si trova la scuola superiore di Khuza'a, crivellata dai colpi di arma da fuoco dell'esercito israeliano.

I due camminavano, il giorno cadeva,
il vecchio parlava e piano piangeva:
con l' anima assente, con gli occhi bagnati,
seguiva il ricordo di miti passati...

Due vecchi, accovacciati, stanno in silenzio ed osservano un po' il trattore ed un po' la terra brulla attorno. Non so cosa pensano e non riesco ad immaginarlo, posso percepire, da estranea, il loro attaccamento alla terra, posso tirare a indovinare i loro ricordi. Questo luogo è veramente molto vicino al confine, al limite dei 300 metri unilateralmente imposti da israele come no-go zone. La gente qui dice che possono raggiungere questo terreno perchè noi siamo con loro, io non so se è vero, perchè so -e lo sanno anche loro- che la nostra presenza qui non porta a loro alcuna garanzia, anche per alcuni di noi ISM è la prima volta che ci si reca così vicino al confine.
Poichè si sentono protetti, anche se è venerdì -giorno di festa- diversi abitanti di Khuza'a arrivano qui. Una donna anziana vuole piantare dei piselli. No, le spiegano gli altri contadini, questo non è un buon posto per i piselli, qui si può piantare solo il grano, i piselli bisogna annaffiarli ed hanno bisogno di cure, non si può piantare i piselli in un posto dove non si riesce a tornare spesso.

I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,
non sanno distinguere il vero dai sogni,
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
distinguer nei sogni il falso dal vero...

Uno di noi sta sul trattore, per fornire quel poco di protezione al contadino che lo guida: anche io mi siedo su un parafango in ferro delle grosse ruote dietro, ci sono dei pali dove posso aggrapparmi, ed essi sono essanziali perchè, in cinque anni di abbandono, i bulldozer israeliani hanno creato profende dune e solchi, il trattore si inclina pericolosamente a destra e sinistra, e c'è il rischio di cadere. Non solo le forze di occupazione impediscono ai contadini di avvicinarsi, ma rendono il terreno talmente dissestato che diventa difficile ararlo.

e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell' uomo e delle stagioni..."

Alcuni di noi dicevano che di sicuro oggi avrebbero sparato, certamente non sarebbe stata una novità, ma i soldati di la, per qualche imperscrutabile ragione, non hanno sparato. E se non sparano qui si coltiva. Si fa crescere il grano, che poi diventa farina, e poi diventa pane...buon pane arabo integrale.

E il vecchio diceva, guardando lontano:
"Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori

Questa volta, perfortuna, i soldati non hanno sparato nemmeno un colpo. Questa volta è stato possibile seminare ed arare. Questa volta. Dieci giorni fa, appunto, hanno sparato a dei bambini che camminavano sulla strada qui vicino. Per ricordare che quando vogliono, sparano. Quando vogliono loro, una volta ogni cento, perchè ce lo ricordiamo per tutte le altre 99 volte in cui scelgono di on sparare. La convinzione di questi contadini che la nostra presenza abbia tenuto a bada le forze di occupazione non fa cambiare il loro stato di costante incertezza.
Abbiamo chiesto a Taragi, la coordinatrice locale, cosa pensasse di oggi. Ha risposto: “Mumtaz!” (perfetto!). I contadini, dal canto loro, non finivano più di ringraziare e di mostrare la loro gioia. Hanno però fatto notare di avere bisogno di una mano anche dopo, vorrebbero degli internazionali anche ad aprile, quando si raccoglie in grano. Qualche volontario?

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
"Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!"


Il lavoro finito - foto grazie a welshingaza!
(qui internet adesso è veramente troppo lento per caricare altre foto, domani o stasera ne avrete delle altre...)

giovedì 17 novembre 2011

3 video...

Oggi vi lascio con un paio di video. In inglese.

Sono di una poetessa palestinese che si chiama Rafeef Ziadh.

I am an arab women of color


Montreal subway


E forse il più toccante di tutti, "We teach life, sir!"


Il pezzo è stato scritto durante piombo fuso. "La mattina uno dei giornalisti ma ha chiesto: non pensi che tutto si metterebbe a posto se solo smettessi di insegnare ai tuoi bambini di odiare?"
[...]
"Vorrei solo poter correre in ogni campo profughi e tenere in braccio ogni bambino e coprire le loro orecchie così che non debbano sentire il suono delle bombe per il resto della loro vita come me. Oggi il mio corpo era un massacro televisivo, e lasciami dire che non c'è nulla che le tue risoluzioni ONU abbiano mai fatto riguardo questo. E non c'è nessun sound bite (citazione audio), non importa quanto buono possa essere il mio inglese, nessun sound bite li portarà in vita, nessun sound bite rimedierà a tutto questo. Noi insegnamo la vita, signore. Noi palestinesi ci svegliamo ogni mattina per insegnare al resto del mondo la vita, signore!"

domenica 13 novembre 2011


Autobus.

Quanti autobus abbiamo preso in vita nostra?
Gli autobus tornando da scuola...o andando a scuola, la mattina presto.
Gli autobus superaffollati durante una pioggia torrenziale, con l'ombrello gocciolante ed i sedili tutti occupati.
Gli autobus in cui è sempre buona educazione lasciare il posto alla vecchina.

Autobus.
Tutti conosciamo gli autobus, no?
E sugli autobus, ovvio, possono salire tutti. Basta avere il biglietto...qualche volta anche senza.
Vi dirò una cosa, che è talmente ovvia che in molti non la sanno. Non è vero che ovunque tutti possono salire sugli autobus. Ci sono luoghi dove alcuni autobus, i più veloci ed i più comodi, sono riservati alle persone di una sola etinia. No, non sto parlando del sudafrica dell'apartheid, e nemmeno del sud degli Stati Uniti al tempo del Ku Klux Klan.
In Palestina ci sono autobus riservati ai coloni, che sono diretti alle colonie illegali, e sui quali ai palestinesi è proibito salire. Sulle strade percorse da questi autobus è proibito l'accesso, a piedi o con altri mezzi, ai palestinesi. Queste sono le strade che tagliano a pezzetti la Palestina, in particolare la Cisgiordania, e che, poiché appunto non possono essere attraversate, rendono difficile a parenti di villaggi vicini di incontrarsi.

Negli Stati Uniti, nei primi anni '60, c'è stato il movimento dei “freedom riders”. Neri che volevano avere il diritto di sedersi nei posti riservati ai bianchi. La protesta nonviolenta è stata violentemente aggredita da componenti del Ku Klux Klan. Il 15 di Novembre alcuni palestinesi chiederanno il loro diritto di salire sugli autobus che gli ebrei israeliani usano per entrare nelle colonie illegali. Partiranno dalla Cisgiordania per arrivare a Gerusalemme, città il cui accesso è proibito a molti.
Nell'effettuare questa azione i palestinesi non accettano la discriminazione degli autobus di coloni, l'infrastruttura che li serve è illegale tanto quanto le colonie e deve essere smantellata. Come parte della loro lotta per la libertà, giustizia e dignità, i palestinesi chiedono la possibilità di viaggiare liberamente sulle proprie strade, sulla propria terra, compreso il diritto di recarsi a Gerusalemme.

 Qui il kit dell'attivista. Qui la canzone. Qui un'altra spiegazione in proposito

sabato 12 novembre 2011

Claudio dalla cisgiordania, seconda lettera.

Sempre da Claudio, sempre a raccontare della Cisgiordania...sempre sperando che vi venga voglia di andarci!

Domenica ho lasciato Ramallah, in qualche modo la capitale amministrativa palestinese, per spostarmi a Hebron. Già il viaggio è estenuante, perché il bus continua a cambiare strada per evitare i check point; quindi sale e scende attraverso colline che sembrano le nostre: ulivi, vigneti (uva da tavola, ma abbastanza bassa), prugne, pomodori. E’ interessante che nonostante la siccità (non piove da mesi) e nonostante quanti fumatori ci siano, non ci sono incendi in giro: è evidente che i nostri sono sempre dolosi…..
Arrivo così a Hebron città di storia antichissima: tanto per accennarne una la moschea contiene i resti sepolcrali dei patriarchi (da Abramo in poi); quindi la vogliono tutti: per cui ora gli arabi per entrare nella moschea (controllano l’ottanta per cento della costruzione, contro il 20 per cento degli ebrei) devono passare due check point.
Ieri sera ero lì con un altro e vedevamo benissimo che i soldati si divertivano a far bloccare ogni tanto la girandola da cui si deve passare prima del metal detector; il sopruso è continuo.
Il mercato si svolge su tanti vicoli come tutti i suq arabi, ma qui c’è una zona in cui sopra le botteghe degli arabi si affacciano case di israeliani, i quali si divertono a lanciare sassi, munnizza…… quindi ci sono griglie di protezione, ma come è successo a me ci hanno bombardato con getti d’acqua. Pochi passi dopo trovo una pattuglia (presidiano con i fucili spianati anche il mercato): “ci hanno tirato acqua, perché non difendete la gente?”; era come se avessi parlato ad un muro :“via via” Tutti questi soldatini hanno un solo pallino: tenere il grilletto pronto, come dovesse sempre comparire un “terrorista” e come lo riconoscerebbero? Solo dopo morto, come l’altra mattina con i due ragazzi di Qalandia….
Il primo giorno siamo andati a trovare una famiglia che abita nel vicolo; qualche mese fa gli hanno tirato in casa una bomba sonora, che causa scoppi rumorosissimi se all’aperto, ma in casa è distruttiva; una signora che stava finendo la gravidanza ha perso il bambino, e anche lì non c’è modo di andare ad avere riconosciuto qualcosa dallo stato. In un’altra casa dove siamo andati ci hanno mostrato una stanza superiore dove durante la seconda intifada i soldati sono entrati dal tetto e hanno dato fuoco: sono morti due bambini; sempre raccontando di quel periodo un ragazzo che ora lavora con noi dice che di una classe di 30 ha perso 12 compagni!
Ora per lo meno non si muore come prima, anche se l’assedio dei militari è dovunque. I coloni a Hebron sono circa quattrocento, ma per loro ci sono almeno tremila militari. Non solo gli israeliani hanno un po’ di case, ma anche fanno delle zone cuscinetto che aumentano le loro zone “di sicurezza”, cacciando la gente.
Un uomo inglese che è venuto con ISM qualche anno fa è ora sposato qui e ieri ci ha guidato su una delle colline contese, dove abita anche lui: la terra ha i soliti problemi, a voi no, ma anche a noi no, per cui ieri ho visto zone di ulivi secolari intorno al “pozzo di abramo” rinsecchiti…. Una tristezza spaventosa. Nel terreno sotto una casa palestinese tutti i mercoledì si riuniscono provocatoriamente a leggere passi della Torah; e noi ci siamo messi provocatoriamente ad accerchiarli! Poi ogni spesso arrivano autobus di pellegrini a rinforzare; altrimenti la parte israeliana sembra veramente un mortorio, soprattutto se confrontato con l’allegria degli arabi. Le case degli arabi sono anche nella parte controllata da Israele, anche il cimitero è lì, ma gli arabi vi possono accedere solo a piedi e via check point.

Ora il ramadan cambia molte abitudini: siccome le ore dei pasti sono rigorose, 4 e 40 di notte e 19 e 40 di sera, di pomeriggio le botteghe cominciano a chiudere e tutti fanno la spesa e corrono a preparare la cena; il mercato che è sempre aperto e vivo fino almeno alle nove, ora è deserto alle 7; ieri anche io e un ragazzo che era con me siamo andati ad una cena di ramadan: riso e lenticchie, melanzane ripiene, yogurt e cetrioli, qualche salsina, datteri e dolci. Quando di giorno dico a qualcuno che (alcuni di noi) siamo di ramadan, sono molto contenti; è una forma di condivisione di un fatto culturale, che accomuna tutti, indipendentemente dalla fede religiosa; e sperimenti l’autocontrollo.
Lunedì siamo andati a Betlemme, a vedere il “Aida camp”; un insediamento di profughi che risale al ’48; ormai è un paese, con anche il suo centro culturale: vi passano centinaia di ragazzi, con anche un teatro che è stato in giro per l’europa; musica, pittura ed altro; ci hanno mostrato due CD con le loro attività.
E già che ero lì ho fatto un bel giro alla basilica della natività e alle attività in giro. Era l’orario delle due, con poca gente in giro; suggestiva la grotta sotto la basilica, anche qui con la condivisione tra religioni: cristiani, ortodossi e ebrei. Siccome giro con la kefiah a turbante c’è chi mi chiama: allora sei dei nostri! Lì c’è stato il primo che mi ha offerto limonata fresca, che gli ho rifiutato per il ramadan e mi faceva una gran festa; produzione di souvenir: una sacra famiglia in legno di ulivo, ma con davanti un muro!!!

mercoledì 9 novembre 2011

Due luoghi fratelli


Vi racconterò di due luoghi, questa sera. Due luoghi lontani, ma sorprendentemente simili. Due luoghi simili, ma non identici. Due luoghi fratelli, per cui la causa del problema è simile, e che, in un certo senso, possono essere quasi confusi.

Nel primo di questi luoghi i contadini non possono raggiungere i loro campi. L'esercito ha recintato un'area, che prima apparteneva ai contadini, e non permettono a nessuno di avvicinarsi. Spendono montagne di soldi per questo. Pensate che sono arrivati al punto di costruire un muro, per recintare territori che prima erano accessibili ed ora non lo sono più. Se ci si avvicina troppo l'esercito o la polizia lanciano i lacrimogeni, l'uva è contaminata, come le mele. Il raccolto della lavanda, quest'anno, è andato male perchè chi doveva prendersene cura non è potuto arrivare alle piante. Si sta pensando di chiamare quel territorio “area di interesse strategico”, per potere arrestare chiunque vi si rechi. Tutto questo per dare la possibilità a pochi ricchi di costruire all'interno dell'area recintata. E chi si oppone a tutto questo viene chiamato “terrorista”.

Nel secondo luogo coloro che detengono il potere stanno costruendo un treno ad alta velocità. Il treno procura inquinamento acustico e deturpamento del paesaggio. Passa vicino a due villaggi in cui il terreno agricolo è già stato ridotto in passato a causa del muro dell'annessione. Con questo nuovo treno ancora altra terra andrà persa, alcuna per via delle costruzioni, altra per il tracciato attuale della ferrovia, altra ancora – così come temono i residenti – resterà inaccessibile ai contadini per “ragioni di sicurezza”, vietando l’acceso alle aree agricole più vicine al tracciato del treno. In un altro villaggio affetto da questa linea ad alta velocità si stima che circa 90/100 famiglie saranno danneggiate dall’impossibilità di coltivare la terra vicino all’area stabilita per la costruzione della ferrovia. Ma le stime sono solo presunte, dal momento che il Consiglio del villaggio non ha ricevuto progetti di pianificazione ufficiali né notifiche formali di alcun tipo. I progetti non sono mai stati ufficialmente consegnati. (il corsivo sono citazioni da qui)

Il primo luogo descritto è la val di Susa, provincia di Torino, Italia. Il villaggi di cui si parla nel secondo luogo sono Beit Surik e Beit Iksa , Cisgiordania. Il primo progetto è la Tav-Tac Torino-Lyone, mentre il secondo è la linea ferroviaria ad alta velocità A1 tra Tel Aviv e Gerusalemme, progetto in cui è fortemente coinvolta l'italiana Pizzarotti (con sede a Parma).

Se qualcun* li ha confusi, significa che la Palestina è molto più vicina di quello che pensiamo. Le "closed military areas" somigliano molto alle "aree d'interesse strategico". I treni ad alta veloctà portano più velocemente di tutto ingiustizia. Non fraintendetemi, la Palestina non è la Valsusa. Non sono la stessa cosa, la sofferenza non è uguale. Ma è chiaro che, in effetti, entrembe le situazioni sono create da chi ha il potere contro chi il potere non ce l'ha.

A legare questi due luoghi, in più, c'è un albero. Un ulivo, nato a Khuza'a, nella striscia di Gaza. Un ulivo che i ragazzi del villaggio volevano andasse agli italiani, alla gente di Vittorio. Un ulivo, nato a Khuza'a, che sta crescendo a Bussoleno.

Perchè la vostra lotta è la nostra lotta. Le vostre vittorie sono le nostre vittorie. La vostra libertà è la nostra libertà. E la nostra terra, non è poi così diversa dalla vostra.



Dal sito della freedom flotilla:

BOICOTTA ISRAELE – BOICOTTA PIZZAROTTI – BOICOTTA IL MURO

PRESIDIO A MILANO, Piazzale Cadorna
Venerdì 11 novembre · 18.00 – 21.00

Nella settimana internazionale contro il Muro, un presidio contro le politiche di guerra e razzismo di Israele. Contro l’assedio a Gaza e della Cisgiordania, ancora sotto attacco dalle nuove Colonie promesse da Peres e Nethanyau. L’ONU le definisce illegali? e loro, da grande potenza (non) democratica quale sono, ne costruiscono di nuove.

L’ONU definisce queste colonie ILLEGALI
ISRAELE, da grande potenza (non democratica) quale è, NE COSTRUISCE DELLE NUOVE

Insieme alla TAV, che in Israele si farà con la partecipazione dell’azienda Pizzarotti, parmense, la stessa che ha vinto gli appalti per Dal Molin, TAV in Piemonte, e ponte sullo stretto. Inutile dire che anche la TAV israeliana porterà a nuove espropriazioni di terre palestinesi, a nuove parti di muro da costruire, a nuove negazioni di diritti e di vita…

martedì 8 novembre 2011

Claudio dalla Cisgiordania, prima lettera.

Oggi vi lascio alle parole di Claudio, produttore biologico di Trapani, che è stato per qualche mese in cisgiordania con l'ISM. Le sue lettere sono molte e molto umane, e le pubblico postume. Mi sembra importante pubblicarle anche perchè, se ci focalizziamo troppo su Gaza, va a finire che dimentichiamo che la Palestina è molto più grande...e poi mi piace l'idea di raccontare cosa fa l'ISM in quel posto che qui chiamano "l'altro pezzo di casa nostra". 
...magari poi a qualcun* viene voglia di partire ;o)


Sono arrivato al Ben Gurion nella notte tra sabato e domenica; avevo conosciuto degli israeliani che erano stati in vacanza da noi due anni fa e che avevano lasciato un indirizzo e un invito a venirli a trovare; così sono stati il mio lasciapassare per Israele; per la prima notte avevo il telefono di una ragazza di Tel Aviv, nipote di quelli che erano stati da noi; mi hanno ospitato nella notte, in una città con 33 gradi alle due di notte e una umidità tropicale.... Anche a Tel Aviv ci sono manifestazioni di studenti con le tende in piazza, con due obiettivi, problemi di costi delle case e certi aumenti indiscriminati; anche questa è una cosa politica, cercano di spingere la gente verso le colonie, dove gli danno le case gratis; io ad ogni modo ho fatto il turista con un lunch di insalate varie, salse di tutti i tipi, in un posto a Jaffa, sul mare, gestito da israelo palestinesi; poi in treno per Haifa ad andare a trovare Evie (la conoscente);il treno è sempre pieno, e viaggia con tale aria condizionata da stare quasi male; mi hanno fatto fare un tour di Haifa, andando soprattutto a Akko, una strabiliante fortificazione sul mare con dentro un paese antico, cortili fortificati, e ora posto turistico. Comunque i miei quel giorno erano di babysitting dai nipoti, e così mi hanno portato a casa del genero (anche loro erano stati da noi, con solo il figlio maggiore) insediamenti sulle colline di fronte al Libano, a 600 mt di altezza. Per sera ritorno in treno a Tel aviv; ormai avevo fatto abbastanza per giustificare il mio viaggio in Israele!

Martedì mattina bus per Gerusalemme; non ha orario, si riempie e parte continuamente, e sempre ci sono su un numero infinito di questi figuri neri, con le treccine, i cappelli larghi, le camicie bianche i cappotti lunghissimi; la mia amica di Tel Aviv diceva con una certa rabbia, che possono bene avere la loro religione, ma perchè studiano a carico dello stato, mentre loro giovani non li aiuta nessuno?

Ad ogni modo arrivo a Gerusalemme, alla perquisizione (molto sommaria) all'arrivo alla stazione degli autobus; assedio di taxisti che ti vogliono portare in giro, poi la telefonata ai miei contatti dell'International solidarity movement, e un autobus fino alla porta di Damasco. L'appuntamento sarebbe stato per il mercoledì mattina, e così ho gironzolato per i mercati della città vecchia. Quartieri contorti, stradine che salgono e scendono, venditori di tutto, comprese le zone di arredi sacri. Incontri anche un prete (italiano) con una grossa croce in spalla, che si tira dietro una schiera di oranti e di giaculatorie....

E' divertente che in israele c'è il tocco di modernità anche nei mercati, alcune intersezioni del mercato con grossi condizionatori. Lo spreco di energia che ho visto qui è assurdo......

Finalmente lo spostamento a Ramallah con i "service", bussini che viaggiano su itinerari stabiliti, a prezzi ragionevolissimi.

Qui abbiamo fatto due giorni di training; istruzioni per l'uso. I principi che ci animano, non violenza, organizzazione collettiva, e leadership palestinese; poi la storia delle divisioni in zone A, B e C, ma con i militari invasori che le possono anche spostare; sarebbero una zona a sovranità palestinese, una mista e una solo a controllo delle forze di occupazione. Poi l'addestramento a resistere agli spintoni, agli arresti casuali (di palestinesi), ai tipi di lacrimogeni che sparano, ma anche i proiettili che chiamano di gomma, ma sono acciaio rivestito di un leggero strato di gomma!

In mezzo c'è stata anche la partita, Palestina Tailandia per il girone asiatico dei mondiali 2014; chi avrebbe mai detto che andavo anche allo stadio! una bella costruzione con soldi ONU, attaccata alle muraglie di Qalandia; le scritte lungo tutto il muro sono strabilianti, vertendo sempre sull'apartheid. Comunque una gran bella festa di popolo con così tanti ragazzi e donne, tamburi e bandiere. Intanto ripassavo un pò di arabo con i ragazzi che avevo intorno.

Sono con una bella banda di ragazzi, mi pare che quello proprio vecchio ha 28 anni ed è al secondo master negli USA; se no sono tutti universitari; per cui mi tocca andare ai loro ritmi..... le serate a chiaccherare, tutti su qualche computer a guardare le notizie; quando non ne posso mi sdraio su un pezzo di materassino (un pezzo perchè le ultime due notti eravamo 17 in questo appartamento), con il cappellino sugli occhi, e poi man mano vengono giù anche gli altri.....

e ieri il venerdì! il giorno delle manifestazioni. Ci siamo dislocati in varie località; alcune sono sei anni che fanno la manifestazione e orami è meno sentita; qualcuna è vero che è riuscita a fare spostare qualche pezzo di muro; sono andato ad un villaggio (Nabi Samwel)circondato da colonie su tutti i lati, per cui ogni uscita della gente è una serie di permessi.... altro che poter andare a lavorare; noi almeno gli serviamo a resistere; i sionisti hanno li un mausoleo di non mi ricordo cosa, giusto all'entrata del villaggio, e così quando decidono ti chiudono dentro completamente; all'una il paesino si è mosso, con sei di noi, due israeliane per la pace e anche Samira Hass che scrive su Haaretz; ci hanno fronteggiato, spintonato, provato a fermare una ragazza (al che abbiamo fatto un quadrato intorno fino a che sono loro che l'hanno mollata); una notevole sudata! poi un rinfresco in una casa palestinese e l'invito a tornare venerdì prossimo, e subito giù in fondo alla valle, a prendere un autobus per Gerusalemme, per arrivare a Sheikh Jarrah, il quartiere est dove continua il braccio di ferro tra arabi e colonizzatori. C'è una casa di cui metà è stata occupata con un imbroglio e ora la tengono con i denti (più di due anni), anzi ne hanno già preso una di fronte. Anche ieri la manifestazio era di varie centinaia di persone, con anche Luisa Morgantini. La situazione è paradossale, la famiglia araba che sta dietro è sempre assediata, e i nostri hanno una tenda con sempre almeno tre o quattro a tenere la posizione.

Oggi tutti a Nablus, con assemblea organizzativa, problemi economici legati a costi legali, il Ramadan in arrivo, la campagna delle olive a cui prepararsi, per cui sarò io a tenere i contatti con i villaggi e prepararsi dove ci sono i problemi più grossi.

Di pomeriggio invece a Iraq Burin, altro paese assediato dagli occupanti; i militari tengono camionette sulle strade per impedire agli internazionali di salire in paese ad aiutare, per cui siamo saliti correndo in mezzo alle balze e agli ulivi..... e non ci hanno beccato! Poi verso le sei si è raccolta la gente del paese e siamo saliti verso la collina di fronte, la cui parte superiore è occupata da una colonia che ha preso pezzi di terra; quando chiedo come è possibile, spiegano che gli imbrogli risalgono ancora all'occupazione turca, per cui hai a fare ricorsi legali, continua a rimanere che il più forte occupa.. Noi siamo saliti con megafoni e un bel gruppo di gente, ma oggi la soldataglia si è limitata a guardarci dall'alto, altre volte invece hanno bombardato di lacrimogeni.


lunedì 7 novembre 2011

Wafa'a


 
Wafa'a proviene dal campo di Jabalia, ed ha passato la vita sotto l'occupazione israeliana. È stata arrestata al valico di Erez mentre cercava di portare a termine un'azione contro i soldati israeliani. Dei 7 anni passati nelle prigioni sioniste due erano in isolamento.

Il campo di Jabalia, a nord-est della città di Gaza, si stima che sia uno dei luoghi più densamente popolati del mondo, secondo le stime UNRWA vi abitano 108.000 rifugiati in 1,4 km quadrati. I camminatoi sono stretti, vi corrono bambini senza scarpe e gatti magrissimi che cercano cibo nell'immondizia. Nei rifugi costruiti in quest'area, in due o tre stanze abitano famiglie di anche 15 persone, spesso i tetti in lamiera non sono saldati ai muri e d'inverno quando soffia il vento fa freddo e piove in casa. L'assedio impedisce al materiale da costruzione di entrare, così le vecchie case non si possono riparare e non se ne possono costruire di nuove, manca acqua ed elettricità, e la disoccupazione è estremamente alta. Nel campo profughi di Jabalia ha avuto nizio la prima intifada, il 9 dicembre 1987.

Wafa'a Samir Ibrahim Abiss è nata e cresciuta qui. “Conosci la storia di Mohammed Al Durra?” domanda “era un bambino, aveva 13 anni, le forze di occupazione lo hanno ucciso a sangue freddo.” La storia di questo bambino, ucciso il 30 settembre del 2000 vicino alla colonia di Netzarim mentre suo padre cercava di proteggerlo ha fatto il giro del mondo perchè filmata in diretta da un operatore di una televisione francese. “pensa che prima gli israeliani si sono vantati della sua uccisione come se fosse stato un atto eroico, poi hanno cominciato a mentire dicendo che non erano stati loro. E di casi del genere ce ne sono moltissimi, pensa ad Iman Hijo, ucciso a 4 mesi dai soldati israeliani”. Ascoltandola, appare chiara la ragione della sua rabbia nei confronti delle forze armate israeliane. Spiega: “Qui siamo sotto occupazione. I soldati arrivano e ci uccidono. Massacrano la nostra gente, i nostri bambini, sono assassini e non pagano mai per questo. Ammazzano a sangue freddo, conscienti di quel che fanno. Così sono andata al confine di Erez per cercare di uccidere quei soldati. Avevo una cintura per farmi esplodere, però qualcosa non ha funzionato, il meccanismo non si è innescato e mi hanno arrestata.” Era il 20 maggio 2005, Wafa'a aveva 19 anni.

Dopo essere stata arrestata è stata portata ad Ashqelon, dove dapprima i soldati hanno cominciato ad insultarla “sostenevano che volessi uccidere bambini e civili. Non è vero. Io volevo uccidere i soldati: al confine, nel momento in cui cercavo di farmi esplodere, c'erano solo soldati attorno a me.” Poi è stata portata in una stanza di un metro quadro, e da li è cominciato l'incubo dell'interrogatorio. “La stanza era talmente piccola che non riuscivo nemmeno a sedermi. Era buia, senza finestre. Non mi lasciavano andare al bagno. Ero sudicia, in condizioni igieniche orribili. Ho cominciato a fare lo sciopero della fame per convincerli a lasciarmi andare al bagno...Volevo mettere in chiaro che loro avevano a responsabilità sulla mia vita, che se morivo era colpa loro.” Questo sciopero della fame era integrale, senza acqua e senza cibo, ed è durato 8 giorni: “dopo 4 giorni ho cominciato ad essere veramente debole. Poi, oltre alla fame, ho cominciato ad avere problemi allo stomaco: vomitavo sangue. Allora mi hanno lasciata andare al bagno.” Talvolta, veniva prelevata dallo stanzino per gli interrogatori: “Mi mettevano in un ufficio, mi legavano le mani dietro la schiena ed i piedi dietro la sedia in modo da obbligarmi a stare con le gambe divaricate. Mi facevano domande anche per 24 ore di seguito: loro facevano i turni ed io rimanevo sempre li. La pressione psicologica durante questi interrogatori era fortissima, prima mi interrogava un agente aggressivo e violento poi si dava il cambio con uno che si fingeva gentile, per cercare di spingermi a formire informazioni.” Volevano sapere chi la aveva aiutata, chi la aveva spinta a compiere quell'azione, volevano i nomi di altre persone. Dopo i primi 10 giorni nella stanza di un metro quadro è stata portata in un'altra stanza leggermente più grande, sempre in isolamento, dove c'era un materasso. “Mi picchiavano forte. Mi facevano ascoltare suoni terrificanti, le urla strazianti delle altre prigioniere picchiate. La temperatura cambiava da un'ora all'altra, ad un certo punto faceva freddissimo, poi cominciava a fare un caldo insopportabile. C'erano insetti e in particolare tanti scarafaggi. Volevano rendermi più debole, per obbligarmi a parlare.”

I prigionieri palestinesi talvolta chiamano le prigioni israeliane “università”. Si imparano tante cose, si impara ad essere forti, si impara a ribellarsi per esempio con gli scioperi della fame. Wafa'a, dopo l'investigazione, è stata messa in isolamento per due anni. Significa che per due anni non ha potuto parlare con nessuno, che è rimasta in una stanza da sola, che l'ora d'aria era ad orari improponibili per non poter incontrare altre detenute, ed anche durante l'ora d'aria aveva le mani legate. “Il cibo non era salutare e non riuscivamo ad avere le cose che chiedavamo. Cercavano di distruggere il nostro spirito, di colpirci psicologicamente. Dovevo tenermi impegnata in qualche modo, dovevo trovare qualche cosa da fare per non dargliela vinta. Un giorno la croce rossa è riuscita a farmi avere un quaderno e delle matite colorate. Ho imparato a disegnare, ed ho usato il disegno per resistere.”

Nei disegni, Wafa'a riesce ad esprimere tutta la rabbia e la frustrazione del trovarsi sotto occupazione israeliana ed in una carcere sionista, ma anche la forza e la volontà di resistere e l'amore per la sua gente.

(grazie Ruqaya per le foto)




Ricevo e doffondo:

Oggi, lunedì 7 novembre, dalle ore 17 alle ore 19,30
 in piazza Montecitorio
si terrà il presidio a sostegno dei prigionieri politici palestinesi rinchiusi in condizioni inaccettabili nelle prigioni israeliane.

Siete tutte/i benvenute/i a partecipare al presidio, anche solo per mezzora. Per meglio organizzarci vi preghiamo, se vi è possibile,  di mandare una mail ad Anna (annafar@msn.com) per comunicare  la vostra partecipazione ed eventualmente l’orario.


Mentre scriviamo riceviamo notizia che nella prigione israeliana di Givon sono  ancora illegalmente rinchiusi gli attivisti/e della“Freedom Waves”che hanno tentato di portare medicinali a Gaza sulle onde della libertà, onde che prima o poi -Israele lo sappia - romperanno il blocco che assedia i palestinesi e offende chiunque abbia il benché minimo concetto di democrazia e di legalità.
Per avere notizie più precise sulle violazioni giuridiche e i maltrattamenti cui sono state/i sottoposte/i consultate il link www.derryfriendsofpalestine.org.